Scaletta cobras

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un contributo con gli occhi al passato che viene dalla recente vicenda Cobas scuola Milano [a.k.a. Cob(r)as] per una possibile riflessione su conflitto e sindacalizzazione

PER UNA SCALETTA SU PERCORSI CONFLITTUALI NELLE SCUOLE MILANESI.
QUI IL PERCORSO CHE HA RIGUARDATO NOI.

In premessa

  • Ogni racconto, ogni narrazione contiene un dato di ‘soggettività’, una ‘memoria parziale’.

Tentando una scansione dei tempi

  • Ci pare di poter individuare, nella ‘nostra’ storia un crinale che traccia una, almeno parziale, differenza tra un prima e un dopo. Collochiamo questo crinale attorno al 2000, con l’apertura milanese d’una sede cobas e l’inserimento nostro nei ‘Cobas istituiti’.
  • Siamo tuttavia altresì convinti di poter riscontrare, tra quel prima e quel dopo, anche una linea forte di continuità, nel metodo, con le esperienze che precedettero quel momento: fino ad oggi, tempo in cui un altro passaggio abbiamo ritenuto necessario.

È nella contraddizione appena descritta che si situa la nostra storia, anomala, difforme e dissimmetrica, di sedici anni nei-accanto-in conflitto-con i ‘Cobas istituiti’.
Per capire questa contraddizione occorre riandare:

  • alle esperienze di lotta autonoma di fine anni Settanta, alla loro caratteristica, al
  • metodo che ci hanno trasmesso,
  • al movimento di metà anni Ottanta,
  • alle esperienze pluridecennali di assemblee con raccolta di firme nelle scuole,
  • alle restrizioni successive fino all’annullamento d’ogni spazio,
  • al tentativo referendario per limitare lo strapotere dei confederali,
  • alla critica all’idea delle RSU,
  • alle ambiguità della sinistra CGIL
  • alla totale assenza di ‘diritto’ di parola nei luoghi di lavoro fuori da ogni sindacato.

Da questo insieme di gelosa esperienza nostra e di imposizione dall’alto delle regole del gioco nascevano i ‘cobas scuola Milano’, che hanno portato con sé contraddizione e anomalia cobras…

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comunicobras nel 40ennale del ’77

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Alla fine abbiamo deciso. Chiudiamo l’esperienza che accomunava ‘cobas scuola milano’ e il suo alias ‘cobras’.

Scegliamo e portiamo con noi l’anima ribelle, l’anima critica, l’anima originaria. Portiamo quel che costituisce anomalia nella normatività, portiamo con noi cobras.
Abbandoniamo quella parte che, nonostante sé , nonostante il perenne sforzo d’esserne fuori, s’è mostrata vieppiù di vuota ‘rappresentanza’. Abbandoniamo dunque ‘cobas scuola milano’ perché contro le nostre intenzioni ha prevalso e vinto su di noi la delega di altri.
L’abbandoniamo convinti di non voler contribuire ad un sistema di relazioni in cui ciò che vale è che qualcuno rappresenti qualcun altro.
Dunque una contraddizione, vera o apparente che sia stata, di questo nostro sedicennio milanese <quello che segna i tempi, non già delle nostre lotte, ma del passaggio milanese ai Cobas ‘istituiti’> giunge a soluzione inequivoca. Alcuni, i più convinti della bontà d’un modello sindacale, presenti un po’ ovunque, ne saranno del tutto indifferenti o piuttosto felici, ciascuno comunque interessato al proprio ombelico organizzativo.
Ma si badi, la contraddizione vissuta nell’esperienza dei ‘cobas scuola milano’ non è altra da quella, che è stata ed è, tra movimenti e forme d’autorganizzazione da un lato, e delega e forme di rappresentanza dall’altro; tra istanze sovvertitrici dei primi, e ripiegamenti sino allo snaturamento delle seconde; tra capacità d’autonomia da un lato, e sua confisca nella rappresentanza dall’altro. Così anche, tra il movimento degli anni Ottanta, che tanto interesse e potenziale suscitò anche al di fuori della scuola, e i successivi, variegati e tristi, esiti sindacali.
Null’altro aggiungeremo, ché si commentano da sé, circa verticalità interne e concorrenze orizzontali del cosiddetto ‘sindacalismodi<?>base’. Il difetto, evidentemente, sta nel manico.
Somma colpa dei ‘cobas scuola milano’, dal 2000 ad oggi, è stato l’interpretare la ‘forma sindacale’ restando lavoratori autorganizzati, non cedendo al sindacalismo di professione; è stato il tentativo di arginare la deriva sindacale tenendo saldi i principii della partecipazione diretta e della critica della delega e della rappresentanza; è stato il mai assuefarsi alla forma sindacale classica, nonostante l’azione di difesa anche sindacale; è stato il rifiuto di pensarsi solo come ‘categoria’ priva d’ogni intento più generale; è stato il coraggio di schierarsi pubblicamente contro la stessa propria organizzazione nazionale, quando l’etica e il merito delle cose lo imponevano. Tutti fatti rari in tempi di ‘parrocchie’, custodi gelose e miopi dei propri micropoteri.
Non abbiamo vinto in questa battaglia e, dunque, ci sottraiamo alla, pur anomala, ‘forma sindacale’ che, abbiamo cercato di far vivere ai soli fini di riaprire spazi per il diritto alla parola di tutti e ciascuno nei luoghi di lavoro. Sarà allora solo su un piano di autonomia che potrà vivere l’eredità d’intenti e pratiche che ci hanno caratterizzato.
Angelo A., Angelo D., Elvira G., Fabrizio B., Francesco M., Gianni T.
comunanza cobras
cobrasmilano@gmail.com

Milano, tra marzo e aprile del 40ennale del ’77

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Il Franti, lo studente Stardi e il solito Invalsi

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Lo studente Stardi: “Ciao Franti, è un po’ che non ti vedo”.

Franti: “Bella Stardi, è vero, si vede che non abbiamo fatto la stessa strada ultimamente, mi pare ci sia meno gente in giro in questo periodo”.

Beh, sai, siamo tutti un po’ presi nella preparazione del test.

Che significa ‘la preparazione del test’? Te quando c’è da studiare sembri sempre perso.

È per la Valutazione, un’Indagine Nazionale, fornisce un Indicatore Assoluto sullo Stato dell’Istruzione e Comparativo sulle Diverse Scuole [Stardi è raggiante, il cuore gli batte forte dall’emozione].

Bestia… cioè che succede?

Succede che ci faranno delle domande, a tutti gli studenti di tutte le scuole, lo stesso giorno alla stessa ora, le stesse domande Franti, che orgasmo, un test nazionale! Capisci, mica la solita verifichina…

A parte che anche sulla verifichina avrei qualcosa da dire ma a cosa servirebbe questo ‘esame sincronizzato’?

Non è un esame Franti, è un test [Stardi ha l’affanno, suda], serve a misurare un sistema, non a dare un giudizio. La misura scientifica è come un occhio imparziale che fotografa ciò che vede.

Dunque Stardi fammi capire, allo stesso giorno alla stessa ora faranno a tutti gli studenti dello stesso anno le stesse domande.

Agh si, è così. [Stardi si slaccia il bottone del colletto della camicia]

Stardi sei mai stato in treno?

Ma che dici Franti, certo che sono stato in treno

E quando guardavi dal finestrino alla partenza vedevi il treno affianco fermo e capivi che stavi partendo?

Logico, mi hai preso per scemo?

E magari qualche minuto prima, quando ancora eri fermo, in stazione se il treno di fianco partiva, guardandolo non avevi la stessa impressione di essere tu a partire?

In effetti mi è successo, è stato buffo, l’ho pensato.

Quindi se tu avessi fatto la tua “foto”, nello stesso giorno e nello stesso istante del signore nel treno di fronte a te, avreste entrambi potuto concludere che il vostro treno si stava muovendo mentre noi sappiamo che uno solo di voi due aveva ragione.

[Stardi prende fiato, sembra riprendere il controllo] È il moto relativo Franti, l’abbiamo fatto l’anno scorso in fisica, mi stupisce che te ne ricordi, ma che c’entra?

Stupisce a me che tu non capisca che il tuo test, quella “foto” fatta allo stesso istante, nello stesso modo, a tutti, è semplicemente un esercizio di potere, è una mera illusione ottica perché manca, come per il paradosso dei treni, di un osservatore esterno che determini quale dei due si stia realmente muovendo. Manca il contesto Stardi, manca il mondo, la ferrovia, il capostazione.

Immagina una classe dove nessuno parli la stessa lingua, né condivida la stessa cultura, e mettila a confronto con una classe i cui allievi siano tutti nati e cresciuti nello stesso quartiere. I primi ci metteranno un po’ a capirsi tra di loro, i secondi si conoscono come se fossero fratelli. I primi, che non ho detto che siano incolti, occhio Stardi a non fare il razzista, mentre imparano le tabelline imparano una lingua comune per tutti; intanto i secondi imparano le tabelline.

Ora fai la foto, “flash” cosa vedi?

Cosa vedo Franti, non so più…

Vedi chi sa le tabelline e chi no. Ed intanto il tuo treno è partito, e domani quelli delle prima classe sapranno tante lingue e avranno un po’ più di strumenti dialettici mentre gli altri sapranno fare i conti e avranno avuto una valutazione migliore in seguito al risultato del test.

Ma sapere le tabelline è importante [Stardi ha ripreso a sudare copiosamente e si è fatto un po’ rosso in volto].

È vero ma non sempre è la cosa più importante. Se devi fare il contabile è utile, se vivi in montagna ti serve di più capire da dove arriva il freddo e se vai per mare dovresti prima conoscere il cielo se non vuoi rischiare di perderti. Come a dire che dovresti innanzitutto essere in grado sapere dove ti porta il treno su cui sei salito, questo ti dovrebbe insegnare la scuola, ma questo nessun test lo misura.

Prova a seminare lo stesso giorno alla stessa ora lo stesso seme in diversi terreni e vedi che la risposta sarà diversa, perché un campo, in un determinato luogo con una certa esposizione solare e composizione del terreno è più adatto per certe piante che per altre. Il medioevo è finito con la rotazione delle colture, che si basa sul principio che financo lo stesso appezzamento di terra non è sempre atto a rispondere positivamente allo stesso seme. Non risponderai mai due volte la stessa cosa allo stesso test.

Franti sei uno stronzo [Stardi si è seduto per terra e quasi ansima] non rispetti la scienza.

Non la rispetto se serve dei biechi interessi. La scienza serve a conoscere non a premiare o peggio a giudicare. E sai che ti dico il tuo bel “test nazionale di valutazione del sistema” valuterà anche te, dall’anno prossimo, te e tutti quelli che lo faranno, allo stesso giorno e alla stessa ora. Alla faccia dell’anonimato e dell’indagine statistica. Oltre ad essere una corbelleria è una menzogna bella e buona, una trappola. Pensa a chi la sera prima ha passato la notte in bianco perché il suo tipo l’ha lasciata, a chi ha il cagotto perché è stato all’“all you can eat” sotto casa, a chi ha i suoi che si sono appena separati …flash” fotografati e fottuti, tutti allo stesso istante, in nome della scienza della misura. Questo sì che è un colpo di genio.

A me non mi fregano, per questo mi sto preparando al test.

Ecco vedi, lo sai anche tu, lo sa il tuo fottuto insegnante che ti ha fatto simulare le prove, lo sa l’editore beccamorto che ha pubblicato il manuale su come svolgere i test Invalsi. Lo sanno tutti che la scienza, la misura, la valutazione non c’entrano nulla…

Franti!

fammi finire, ma a te pare che per valutare lo stato del mare si scaldi l’acqua prima di misurarne la temperatura? Che si mettano dei paraventi prima di misurare la corrente d’aria? Prendi forse l’aspirina prima di misurarti la febbre? Cosa cazzo vuol dire prepararsi a fare un test che serve per capire come sei normalmente, ossia come sei in assenza del test? Tu bari con te stesso, tutta la tua catena di comando lo fa. Diventi falso come la famiglia del mulino bianco, un fantasma da cento domande a risposta chiusa. Stardi salvati, e fallo ora.

[Stardi è sfinito, a terra, quasi rantolante. Lentamente mette la mano in tasca e prende una foto di Edmondo De Amicis, la guarda, fa una smorfia, e l’accartoccia con la sua mano piccola e tozza]

Franti 4 maggio 2017

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ACCACA-DABACCA-ACCACACA

 

 

 

Ma chi ha detto che non c’è

anche noi Franti…

 

un contributo scioperante del collettivo Mortazza

La scuola all’8 Marzo!

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Primavera s’avanza, s’avanza la stagione della rinascita. È lo zefiro delle donne, che scendono in piazza contro oppressione, sfruttamento, sessismo, razzismo, omo e transfobia. E c’è anche la scuola!
Quale occasione migliore, dunque, che quella in cui è dato di vivere una giornata di ribellione comune, di libertà dei corpi e libertà dal lavoro?

Ché di atti di ribellione ha bisogno la scuola! Non di scioperi rituali, rivendicativi, ‘sindacali’!
– L’oppressione dettata da vecchi e nuovi assetti del mondo della scuola,
– l’oppressione gerarchica da parte dei ‘prèsidi’,
– il ricatto oscuro dei bonus
. la deterritorializzazione dei precari e precarie dell’immissione straordinaria,
– la riduzione ad azienda d‘un luogo preposto alla conoscenza,
– l’immiserimento della figura dell’insegnante a triste esecutore d’ordini e scribacchino/a,
– l’attenzione prestata alla cosiddetta “formazione” dei nuovi docenti per sterilizzarli ‘a monte’,
– la riduzione in povertà di chi lavora, ‘nella scuola e non’, per assenza di qualsivoglia aumento salariale degno di questo nome,

    meritano solo atti di ribellione!

Che dire poi della filosofia del ‘controllo’ che permea, dentro e fuori la scuola, le nostre vite e quelle di chi vi studia? Che dire della ‘meritocrazia’, vera e/o falsa che sia? Delle ‘tecniche valutative’ dell’Invalsi? Delle sue ricadute negative sull’insegnamento? Della categorizzazione delle conoscenze, della docimologia, della classificazione dei comportamenti atta a determinare premi e sanzioni? D’un registro elettronico che deresponsabilizza lo studente, mentre induce l’insegnante a ridursi a braccio agente di un controllo panoptico?
E cosa dire infine, o piuttosto innanzitutto, della generalizzazione dell’alternanza scuola-lavoro, tirocinio, stage, perenne apprendistato? Della diffusione dell’idea perversa del lavoro, sì LAVORO, non già ATTIVITA’ LIBERA dai vincoli della società del Capitale, ma LAVORO prestato GRATIS? Cosa dire del disegno che vuole gli studenti piegati a quest’idea e destinati a precarietà o a ingrossare le file di lavoratrici e lavoratori sottopagati e sfruttati?

                 Tutto ciò non può essere affrontato solo con forme rituali di opposizione.
                                           Tutto ciò richiede ‘molto di più e altro-da’.

L’articolazione di questo ‘molto di più e altro-da’ deve essere ricercata nella quotidianità del nostro stare a scuola, studenti*&lavoratori*, nel non lasciar cadere le occasioni di conflitto reale, sulle cose concrete, nel vincere la paura di ritorsioni e ritrovare il coraggio di scoprire punti di rottura possibili.
Ma ‘molto di più e altro-da’ può fornire a tutt* noi questo stesso  “movimento dalle donne”, se saremo in grado di arricchirne la forza sovvertitrice.

Si potrà scioperare anche il 17 marzo, ben venga, “ben venga maggio e ‘l gonfalon selvaggio!”, ma scioperare l’8 significa per noi dare valore alla ‘complessità’ dei temi sollevati quel giorno: oltre quello ‘fondante’ di opposizione alla violenza di genere, oltre la scuola: i/le migranti, il reddito, la critica del  lavoro. E dovremmo dire, anche se nessuno ne parla, in testa a tutto la GUERRA.  Il senso della giornata dell’8 supera di gran lunga ogni possibile rilievo critico e pone sul tappeto almeno la possibilità di incominciare a costruire un movimento in grado di coniugare opposizione di generi e opposizione di classe, incrociando le lotte. Intersezionalità forever!

                    Se questo sarà o no, non giace sulle ginocchia degli dèi !
                     8 MARZO, PARTECIPIAMO allo SCIOPERO e al CORTEO

cobascuolamilano/cobRas  –  franti  https://franti.noblogs.org/
milanofebbraio2017

 

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Perché noi-Franti scioperiamo l’otto Marzo

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Noi-Franti scioperiamo l’otto marzo perché è uno sciopero inutile: non ha un interlocutore istituzionale, degli obiettivi specifici, una piattaforma rivendicativa. È puro dispendio di libera energia, di tempo perduto al lavoro, per questo a noi pare così prezioso.

noi-Franti scioperiamo l’otto marzo perché contro la miriade di scioperi istituzionali che rivendicano qualche briciola al Padre-Padrone-Stato, per stare comunque sotto il Padre-Padrone-Stato, qui non si rivendica niente (o forse tutto, che in fondo è la stessa cosa) comunque niente ad altri se non a noi stessi. Vogliamo essere solo molto esigenti con noi stessi.

noi-Franti scioperiamo l’otto marzo perché possiamo riscoprire lo sciopero nella sua essenza più propria, lo sciopero come allusione alla fine del lavoro, alla fine dei rapporti subordinati, alla fine del tempo imposto da altri, alla fine dei padroni. Scioperiamo perché immaginiamo la possibilità di uno sciopero infinito e lo sciopero è una finestra gioiosa in una strada irta di rogne.

noi-Franti scioperiamo l’otto marzo perché amiamo la rabbiosa caparbietà delle piazze in fiamme, delle collettività in rivolta, dei tumulti che si aprono al divenire.

noi-Franti scioperiamo l’otto marzo perché è bello stare in piazza quando in piazza si sta come singolarità e non come individui, come corpi danzanti che cercano la carezza di altri corpi che si muovono. Un po’ più come fluidi, un po’ meno come solidi, un po’ più come femmine un po’ meno come maschi.

noi-Franti scioperiamo l’otto marzo perché ci scopriamo giorno per giorno un po’ donne un po’ trans, un po’ gay, un po’ lesbiche e, perché no, anche un po’ maschi. E perché contro una società che ci vuole tutti normali a noi piace il colore/calore della diversità.

noi-Franti scioperiamo l’otto marzo perché odiamo la polizia comunque essa si travesta: da padre, da padrone, da celerino, da professore, ma sappiamo bene che l’odio è solo il limite a cui il nemico costringe la nostra voglia d’amore e non ce ne faremo travolgere.

noi-Franti scioperiamo l’otto marzo perché riconosciamo nei migranti l’altra faccia di noi stessi. Perché tutti proveniamo da qualche lontananza e tutti desideriamo una qualche vicinanza che ci faccia trovare una casa provvisoria per poi riprendere, forse, un altro viaggio.

noi-Franti scioperiamo l’otto marzo perché diventare minoranza, sottrarci alla tirannia della maggioranza, inventare un numero all’infinito di minoranze è la nostra più intima vocazione.

noi-Franti scioperiamo l’otto marzo perché un tempo lontano una parte di noi ha sognato di sognare e non si è ancora destata e un’altra parte prova a ripetere quel sogno.

noi-Franti scioperiamo l’otto marzo perché frequentiamo la scuola e sappiamo che tra quelle mura si coltivano passioni tristi: lavoro, dovere, carriera, concorrenza, gerarchia, futuro invece a noi piace l’infinita presenza, il piacere dei sensi, la bellezza dell’autonomia, l’opera inutile.

noi-Franti scioperiamo l’otto marzo perché come Antigone abbiamo capito l’intimo legame tra potere patriarcale e potere statale e li vogliamo distruggere entrambi.

noi-Franti scioperiamo l’otto marzo perché abbiamo a cuore il sapere come elaborazione collettiva e condivisa e non come privilegio e potere.

noi-Franti scioperiamo l’otto marzo perché conosciamo l’importanza della menzogna e la vergognosa ipocrisia del controllo globale. Perché viviamo di verità e non di confessioni, perché sappiamo che il conflitto esiste, e che non è una questione di ordine pubblico.

noi-Franti scioperiamo l’otto marzo ma in questo modo sciopereremmo anche il nove, il sette o il diciassette perché i simboli ci fanno venire l’orticaria.

noi-Franti scioperiamo l’otto marzo perché vorremmo smettere di essere Franti e dedicarci compiutamente a coltivare i nostri sogni spesso solo sussurrati.

noi-Franti
febbraio 17

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Il Franti, lo studente De Rossi ed il bonus della buona scuola

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Franti: “Ho captato una conversazione tra Preside e insegnanti, ma cos’è sto bonus?”.

De Rossi: “Una buona scuola deve avere un bonus da dare ai buoni, anche tra gli insegnanti ci sono i cattivi e i buoni e questi ultimi meritano una manciata di soldi in più”.

“Davvero? Ascolta quello che ho sentito:”

“Insegnante: Preside, cortesemente potrebbe dirmi i nomi dei colleghi che hanno meritato il bonus quest’anno?

Preside: Come osa farmi questa domanda?

Insegnante: Ma veramente… vorrei sapere i nomi dei colleghi per emularli; come dice un suo collega Dirigente Scolastico su Orizzonte scuola, il bonus ai docenti ha creato sana emulazione.

Preside: Se insiste con questa provocazione rischia una sanzione disciplinare!

RSU: Preside, vorremmo sapere i nomi dei colleghi che hanno meritato il bonus.

Preside: Fate richiesta scritta.

Dopo qualche tempo:

RSU: Preside, ha ricevuto la nostra richiesta scritta? Non ha ancora risposto. Gliela leggiamo a voce “Egregio Signor Preside, in qualità di RSU, a nome dei lavoratori di questa scuola, chiediamo che vengano resi noti i nomi dei colleghi che hanno meritato il bonus

Preside: Ho letto, ho letto. Purtroppo non posso dare seguito alla vostra richiesta, io non vedo, non sento, non parlo, c’è la privacy.

RSU: Preside, scusi, lasciamo perdere i nomi, possiamo immaginarceli, ponendo i nomi dei colleghi come X,Y,Z potrebbe dirci almeno quanti euro sono andati a X, quanti a Y, quanti a Z?

Preside: L’ho già detto, c’è la privacy, io non vedo, non sento, non parlo”.

“Franti, forse è meglio che non vai troppo in giro a raccontare questa storiella, non vorrei ne venissero delle rogne anche a te”.

“ma vafff…”

febbraio 2017

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Civil Conservation Corps (CCC)

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 L‘educazione al lavoro, dove con lavoro si intende attività comandata più o meno retribuita, è uno dei pilastri dei sistemi sociali moderni.

Una società basata sullo sfruttamento del lavoro non può che erigere quest’ultimo a più alto valore morale.

È necessario instillare sin dalla più giovane età il principio secondo cui è attraverso il lavoro che si guadagna non solo la pagnotta ma il proprio posto nel consesso sociale, e poco conta di che lavoro si tratti, di quali che siano le sue finalità. Il consenso al concetto di lavoro come attività disciplinata, è una condizione imprescindibile per garantire la stabilità delle società basate sullo sfruttamento.

Da qui l’elogio dell’uomo/donna operosi, la carriera come viatico del miglioramento della posizione sociale. La cicala canterina è destinata a morire nell’inverno freddo a differenza dell’industriosa formica.

Nei momenti di crisi, quando la disoccupazione è molta e i lavori sembrano pochi, è più difficile sostenere le virtù del lavoro senza rischiare di seminare un senso di frustrazione generale, i cui esiti potrebbero essere i più inaspettati e pericolosi per la pace sociale.

Non vi è altra via che intervenire per rinsaldare il sentimento di affezione al lavoro in chi, disoccupato, lavoro non ne può trovare, perché non ce ne è.

Nello scritto di Mattick che segue si descrive l’intervento in tal senso dell’amministrazione americana come risposta alla enorme quantità di inoccupati / inoccupabili figli della grande crisi del 1929. A noi chiederci il senso di tutte le attività lavorative gratuite proposte / imposte oggi a giovani e meno giovani, dai tirocinii, al volontariato di expo, dall’alternanza scuola lavoro, al lavoro gratuito degli immigrati…

~~~ * ~~~

Come tutti i buoni americani, Roosevelt odiava il dole inglese, cioè il sussidio in denaro ai disoccupati nel quale era degenerato un sistema limitato di assicurazione contro la disoccupazione. Un passaggio inevitabile dall’assistenza al sussidio in denaro minacciava di introdurre il dole anche in America. Questa situazione, psicologicamente distruttiva, poteva essere impedita legando il sussidio al lavoro: da tale collegamento fu caratterizzato l’intero piano del New Deal in favore della disoccupazione. La prima Civil Work Administration (CWA) inventò lavoro “in nome del lavoro” per dare ai lavoratori un esercizio e un addestramento regolari che permettessero loro di essere in buone condizioni quando il mondo degli affari ne avesse avuto nuovamente bisogno. “Il fatto che un gran numero di cittadini si stia disabituando al lavoro”, si diceva, “e l’impossibilità di abituarvi i giovani, è fonte di massima sollecitudine nei responsabili della politica sociale. Si deve ristabilire l’antica riprovazione contro l’infingardaggine, quella riprovazione che aiutò il Paese a raggiungere il suo sviluppo, fino a quando un’offerta crescente di lavoro non possa essere accolta da tutti con entusiasmo”  [E.E. Calkins, The Will to Recovery, in “Current History”, agosto 1935, p. 454].

I giovani, in particolare, dovevano essere sottratti all’influenza distruttiva della combinazione di ozio e desiderio. A tal fine, i Civil Conservation Corps (CCC) cominciarono a collocare i giovani dai 18 ai 25 anni in campi di lavoro e ad assumerli in cambio di alloggio, e pochi spiccioli per piantare alberi, per costruire strade secondarie, strade ferrate, e dighe, e per frenare l’erosione del suolo. Sebbene la forma di assistenza dei CCC fosse la più costosa, essa era la sola che trovasse la generale approvazione, poiché, come affermò il direttore dell’operazione, R. Fechner, “i 2.300.000 giovani addestrati nei campi CCC, fin dall’inizio, nel marzo 1933, erano preparati per circa l’85 per cento alla vita militare e avrebbero potuto essere immediatamente trasformati in combattenti di prima classe”  [“The New York Times”, 2 gennaio 1938].

La produzione indotta dal governo divenne produzione di armamenti: negli Stati Uniti essa assunse la forma di un ampio programma navale. Lo scoppio del conflitto mutò l’America in “arsenale della democrazia”, ma la sua entrata in guerra le fece superare la crisi e raggiungere lo scopo della piena occupazione. La morte, la più importante di tutti i seguaci di Keynes, regolava il mondo ancora una volta.

[Paul Mattick, La grande crisi e il New Deal, in R. Drinnon, R.C. Edwards, D. Green, P. Mattick et al., Due secoli di capitalismo USA, a cura di Nico Perrone, Dedalo, Bari, 1980, pp. 215-260 [il testo intero è in “ Paul Mattick Archivio” (http://paulmattickarchivio.blogspot.it/) e sul sito di “Connessioni” (https://issuu.com/connessioni/docs/newdeal).]

febbraio 2017

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