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Incontro CAOS e SCUOLA

Nel qui allegato documento “Caos e scuola” affermiamo che, dietro i pomposi proclami in cui sono annunciate nuove e cospicue risorse, si persevera nel percorso aziendalista imposto negli ultimi vent’anni.

Già dall’ottobre scorso desideriamo avere un momento di confronto franco e allargato, cioè non solo noi quattro gatti, in cui condividere idee e pratiche da contrapporre alla restaurazione 4.0 del modello scolastico.

Per incominciare a passare all’atto, e per rendere più sapide le vacanze, abbiamo deciso di convocare, mercoledì 30 giugno alle cinque del pomeriggio, quando il sole sta smettendo di picchiare, un’assemblea “ibrida” nel cortile del CSOA Cox 18 di Milano, in presenza per chi potrà e vorrà esserci oppure con Jitsi al link https://vc.autistici.org/franti per chi sceglierà di partecipare all’incontro sincronicamente, ma da remoto.

Vi aspettiamo!

Franti, Milano, 21 giugno 2021

Web: https://franti.noblogs.org

Email: franti@inventati.org

Twitter: @ilFranti

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CAOS E SCUOLA

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La creatività non si trasmette. Ma ognuno incontrando l’occasione di poterla sperimentare, può accendersene.
(Danilo Dolci)

La scuola è luogo di relazione e non di dominio e di addestramento.
(sint. da Francisco Ferrer)

L’anno tragico di pandemia appena trascorso è stato non solo un anno di cambiamenti improvvisi e dolorosi nella vita quotidiana, ma anche di profonda confusione. In questo caos è certo che il Capitale stia approfittando della situazione per uscire da una crisi più che decennale mettendo in campo molte risorse economiche insieme a forti strumenti di pressione sociale che si legittimano in nome dell’emergenza (secondo uno schema già visto molte volte). In questa ristrutturazione svolge un ruolo importante anche la scuola, che ne viene interessata nelle sue forme organizzative e finalità. La scuola, vista come luogo di accompagnamento al lavoro, non può che seguire le esigenze di quest’ultimo e, in ultima analisi di chi, da questo, trae maggior profitto.

Proveremo perciò ad esprimere su questo terreno un punto di vista non volto ad un ritorno alla “normalità”, concordando con chi ha detto che innanzitutto questo fosse il problema.

Partiamo da un ragionamento limite.
La scuola attuale è sostanzialmente la risposta del Capitale al bisogno di formazione della forza lavoro: ha educato, nel tempo, ad usare il tornio, l’ago e il filo, la scrittura, il computer, la disciplina, l’obbedienza e il rispetto delle gerarchie.
Qualche squarcio di esperienze alternative che hanno colorato il cielo del sapere non sono bastati ad imporre un cambiamento di rotta. In questo senso non ci sarebbe che da rivendicare l’abbattimento dell’attuale sistema scolastico.
Sciogliere il sistema scolastico di oggi è un concetto forte e non privo di fascino, ma lascia aperta una questione che riteniamo fondamentale: uno dei più profondi aspetti della vita animale, che assume particolare rilevanza nel genere umano, è certo la cura nella crescita, cioè il “tirar su” cuccioli e cucciole, perché l’autonomia è un’attitudine che si acquisisce per gradi. Un proverbio africano dice:”per allevare un bambino ci vuole un intero villaggio”.
La scuola, parte di questo villaggio, è ancora un luogo di aggregazione e convivenza delle giovani generazioni, è il luogo dove avviene la crescita e la maturazione all’età adulta; crescere è un’arte difficile, che non si fa da soli, crescere è confrontarsi con le contraddizioni, che vanno saputeattraversare e non evitate.
L’abbattimento della scuola, quindi, nudo di valide alternative, sulle quali eventualmente concentrare il proprio sforzo immaginativo, eliminerebbe la necessaria attenzione per i bisogni dei più giovani, che lascia pian piano il posto alla necessità dell’educazione e al racconto di alcune esperienze di vita.

Ciò detto non vediamo, oggi, alternative ad abitare la catastrofe, ovvero provare a cambiare la scuola in modo radicale, contrastando passo passo le tendenze in atto. Il terreno, dunque, non può essere che quello conflittuale di resistenza e controproposta.
Le linee guida di questa resistenza ci sembrano quelle di una scuola fatta di mutua cura, di riconoscimento reale per le giovani generazioni e di confronto con quelle adulte, una scuola che abbia come primaria finalità quella di una piena autonomia di ragazze e ragazzi anche attraverso il conflitto verso ogni misura che connoti la scuola come luogo del mercato, sia esso inteso come disciplinamento di forza lavoro in formazione, o come terreno in cui far proliferare interessi privati.

D’altro canto, è nella relazione, pure affettiva, che si costruiscono resistenze e possibilità; non vogliamo che questa maledetta pandemia diventi la stampella per i programmi di Lorsignori. Perché è questo che sta avvenendo! Non si tratta qui di negare l’esistenza d’un pericoloso contesto pandemico, ma di porsi in guardia circa i processi d’altra natura, favoriti dalla situazione in atto.

Per questo dunque riaffermiamo l’insostituibilità delle relazioni, tra pari, tra giovani ed adulti al di fuori delle famiglie: la scuola non deve essere un luogo disciplinante, ma un luogo dove si persegue l’autonomia, un luogo dove non si deve apprendere un lavoro, ma imparare innanzitutto a valutare quali sono le attività necessarie, a sé e agli altri, e quindi capire come farle al meglio, grazie allo scambio, con tutte le imperfezioni, gli errori, gli scontri, le incomprensioni, i dubbi, le certezze, le gioie, l’evoluzione tipiche dell’agire in comune.

C’è davvero tantissimo da cambiare sia materialmente sia nell’immaginario collettivo:
bisognerebbe partire dall’evidenza che il funesto sistema economico-politico che governa buona parte del mondo è fondato sulla truffa di una crescita infinita che poggia su risorse limitate, per mascherare il profitto di pochi. La scuola, da antidoto rischia di divenire volano della dipendenza dal possesso, del bisogno indotto di consumare tutta una serie di oggetti ed esperienze inutili e dannose, per i singoli e per il pianeta.
Anche in questo v’è la necessità d’una forte battaglia culturale.
Dal punto di vista teorico si potrebbero riprendere le idee e le riflessioni critiche più significative degli ultimi decenni: vengono in mente l’estensione immediata dell’obbligo scolastico a 18 anni, la liberalizzazione dei programmi, il primo biennio uguale in tutte le superiori con lo studio difilosofia, educazione sentimentale e sessuale, lo studio dell’attualità in storia, insegnamento-apprendimento di conoscenze ed abilità a discapito delle competenze, un fortissimo ridimensionamento della valutazione attraverso l’eliminazione dei voti e delle prove Invalsi, abolizione dell’alternanza scuola-lavoro (PCTO), abolizione dei libri di testo e della rigidità delle discipline, educare alla critica e alla differenza, alla comprensione delle dinamiche di potere e di dominio, alla soluzione collaborativa e solidale dei problemi, ecc. ecc.

Dal punto di vista più organizzativo e pratico si potrebbe partire da un ripensamento dell’architettura di tutti gli edifici scolastici inadeguati, dal limitare il numero max di alunni nelle classi di ogni ordine e grado a 15-20 (“mai più classi pollaio” si era detto un anno fa, ed eccoci qua, esattamente come allora), dal garantire continuità didattica attraverso la stabilizzazione e il riconoscimento degli insegnanti precari, dal creare un processo decisionale consiliare attraverso l’abolizione del dirigente scolastico, l’autogestione e la rotazione delle figure di coordinamento e la suddivisione delle mansioni più gravose, mantenendo un confronto franco con i genitori, eliminando però l’approccio aziendalista che ha reso questi ultimi, assieme ai loro figli, dei meri clienti. Abbiamo un’idea di educazione diffusa nel territorio, luogo di dialogo e di scambio tra scuola e quartiere/paese/città, ma anche tra istituti scolastici diversi, multidiscipliare e multigenerazionale, immaginando magari anche ambiti di discussione, di studio, di aiuto, di attività varie, nel pomeriggio per uscire dall’idea che si impari unicamente a lezione.

Riguardo alla tecnologia come ultima, ma importante questione, siamo per riportare la tecnica al suo valore d’uso, strumentale all’apprendimento e non pervasiva, come a tutt’oggi, rendendosi indipendenti dai colossi informatici, cercando di elaborare delle esperienze di autogestione digitale.
Si profila, invece, dopo l’enorme danno della smaterializzazione, una beffa ancor più grande: sembrerebbe che anche la porzione del fondo europeo, denominato ipocritamente next generation UE, assegnato al capitolo istruzione, verrà destinato in gran parte alla digitalizzazione ed alla cosiddetta formazione permanente, per aiutare le imprese a formare futuri lavoratori dalla piena manovrabilita’!!

Come se non bastasse, uno dei pochi interessi di ministero e sindacati maggioritari è stato quello di stipulare un nuovo contratto integrativo che limita ulteriormente le già difficili possibilità di sciopero dei lavoratori della scuola, e che già ha impedito a lavoratrici e lavoratori della scuola di poter scioperare l’8 marzo.
L’attacco negli ultimi decennni è stato fortissimo ed ha ottenuto la frammentazione dei soggetti, la demolizione delle classiche, già tra l’altro spuntate, forme di lotta, la cooptazione sempre più stringente delle corporazioni sindacali.

ADESSO BASTA! E’ TEMPO DI RIPRENDERCI LO SPAZIO DEL CONFLITTO.

Non si tratta di avere verità in tasca, ma piuttosto di riattivare la circolazione di idee-contro. Perciò, dopo un anno di intenso egeneralizzato spaesamento e soprattutto di isolamento fisico, abbiamo bisogno di confronto, di dialogo, ma anche di azioni concrete e radicali per mutare le condizioni esistenti.
In quest’anno difficile siamo certi che delle esperienze di riflessione e lotta si siano concretizzate. Dobbiamo raccoglierle confrontarle, tentare di
ricomporre un tessuto di relazioni per costruirne un quadro che ci orienti.

Sappiamo che le esperienze delle città, delle periferie, delle province, nelle diverse latitudini di un paese stretto e lungo sono diverse. Dobbiamo
smettere di pensare che ciascuno abbia una visione completa. Il Capitale, questo, lo fa già molto bene”!
Chi scrive è un collettivo di insegnanti/studenti/genitori con un’esperienza 50ennale di lavoro e di lotta nella scuola.
Invitiamo tutte e tutti coloro che la scuola la vivono, e spesso la soffrono, quotidianamente a ritornare protagonisti.
Avevamo pensato già ad un’assemblea pubblica all’inizio di quest’anno scolastico, ma poi il ritorno massiccio di contagi e decessi e le conseguenti limitazioni ci hanno costretto a differire. Adesso, nel pieno della cosiddetta terza ondata pur essendo pronti a convocare un incontro, abbiamo deciso di procrastinarlo ulteriormente, soprattutto perchè riteniamo valore la presenza fisica, il calore umano, quantomeno il guardarsi negli occhi.

Al contempo abbiamo sentito forte l’urgenza di diffondere questo scritto come per “gettare un sasso nello stagno” …. ci auguriamo che le onde
attraggano la vostra attenzione e vi stimolino a risponderci, per provare a rassodare un terreno materiale ed immaginario comune, per iniziare a
tessere insieme una rete di complicità che cospirino per un futuro migliore della scuola e del mondo.

Un’ultima precisazione
confessiamo la nostra incompatibilità con alcuni comportamenti umani.

Perciò, pur rivendicando un ecumenismo non di facciata, chiediamo cortesemente di astenersi dalla partecipazione a capetti, caporali, principi, vassalli, servi volontari, segnalatori di mele marce, sacrificatori di capri espiatori, meritocratici, combattenti di guerre tra poveri, delatori ed infami.

Hasta la vista!
Franti

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Milano, marzo 2021

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Dialogo tra Franti e Garrone

[Uscendo da scuola, Franti e Garrone si fermano un po’ a parlare.]

 

Franti Ehilà, ronegar,1 ti vedo provato.

Garrone – Ciao, fra’. Provato è dire poco, sono a pezzi!

Franti – Fai bene, ronegar, qui non funziona più niente, compreso te 🙂

Garrone – Tu scherzi, ma la situa è seria, non sai più dove puoi camminare, come ti devi mettere, dove stare… Si entra a scuola con la mascherina, qualche prof te la lascia togliere e qualcun altro no, segni con le braccia aperte come un aeroplanino le distanze dai tuoi compagni, non si può mangiare in piedi. Durante la lezione non posso guardare Stella ché se no le nostre rime boccali si avvicinano troppo. (Troppo? Troppo poco, dico io!)

Franti – È vero, cosa fare non lo sa nessuno. Partiamo sempre dal principio di stare attenti, muoverci con cautela, proteggere se stessi e soprattutto gli altri, soprattutto i più deboli e quelli più a rischio… ma questo tu già lo fai, è praticamente l’unica cosa che fai, Garrone! [e ride] È difficile, e si rischia di farsi fregare.

Garrone – Difficile? Impossibile! Fortuna che c’è internet, con l’educazione a distanza. Noi facciamo i turni, metà a scuola e metà a casa. Ognuno col suo pc, così non ci assembriamo.

Franti – Non farmi ridere, ché poi arriva qualcuno a ricamarci sopra! Il problema delle classi strapiene c’era da mo’. E non solo le classi: abbiamo sempre viaggiato su treni e bus stipati come polli in batteria, non ce ne eravamo mai accorti? Perché lo sopportavamo? Perché? Riflettici, è interessante. E le strutture, poi… Perfino la carta da culo mancava, altro che “nuove risorse per il diritto allo studio”! E vogliamo parlare di maestri e professori? Possibile che nessuno si accorgesse che il corpo insegnante veniva tirato fino al camposanto, a smarrire anno dopo anno il sentimento d’insegnare qualcosa di realmente significativo? Da molto tempo la scuola altro non faceva che trasmettere delle banalità, et voilà, c’est la débâcle, che in francese significa: e adesso, è la disfatta. L’occasione è adesso.

Garrone – Ma che stai a dire? Io non so da che parte girarmi. Che significa l’occasione è adesso?

Franti – Ascolta, ronegar. Ti chiedo di fare una cosa che, magari, all’inizio pare difficile. Chiudi gli occhi, respira a fondo, prova a capire dove sei finito, sfòrzati, fatti una tua opinione p r e c i s a su quanto è accaduto e sta continuando ad accadere, parlane con i tuoi compagni e, poi, datti una smossa. Nessuno ti porterà fuori di qui. Parola di Franti! E, allora, sii serio, per una volta, ripensa a tutte le cose che non andavano già prima, a quelle che ti hanno fatto male, e discutine con i tuoi amici. Poi, steso l’elenco, che sarà lungo, respirate di nuovo profondamente e andate avanti, liberi, forti e creativi. Questo posto non esiste più.

Garrone – Come non esiste più? E cosa significa andate avanti? Avanti dove?

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’CARO AMICO TI SCRIVO…’, / Come una lettera-volantino

QUATTRO MILIONI ”AL LAVORO !”, come se niente fosse. AL LAVORO, CHE STAVOLTA COMINCIA A SEMINAR MORTE GIÀ NELLA BAILAMME DEI TRASPORTI, rimessi in marcia per il “Parco Umano”…

’CARO AMICO TI SCRIVO…’, / Come una lettera-volantino :
” ” INTANTO, ASPETTA… Non accettare — per ‘nostalgìa di te’, della TUA vita che è la TUA, perché TUA — il nuovo UKAZ*, ‘Bolla’, ‘diktat di FINE-CONFINO”.
||||| QUATTRO MILIONI, ”AL LAVORO !”, come se niente fosse.
AL LAVORO, CHE STAVOLTA COMINCIA A SEMINAR MORTE GIÀ NELLA BAILAMME DEI TRASPORTI, rimessi in marcia per il “Parco Umano” che ”deve rimboccarsi le maniche” e lavorar duro, più intensamente, più a lungo, per ”recuperare”, ”riaccendere i motori dell’Economia”, inquinare, devastare, estrarre, spremere, avvelenarsi e avvelenare peggio…
||||| NIENTE, COMUNQUE, SARÀ, POTRÀ ESSERE, ‘COME PRIMA’ : SE OTTEMPERI STAVOLTA, SARÀ MOLTO PEGGIO. ”Costretti a sanguinare”, chi e chi e chi…, ‘a ciascuno il suo’.
||||| SCIOPERA, AMICO, SCIOPERO A TITOLO UMANO, comincia per almeno qualche giorno. GESTO — se non ora, quando? — ANCHE DA SOLO. Poi si vede. CHI È DELLA RIVOLTA, COME PUÒ NON FARLO, come si fa… BOICOTTA, amico, SABOTA, SCIOPERA ALMENO OGGI, intanto, CONTRO IL DECRETO CHE INGIUNGE IL RITORNO AL LAVORO COMUNQUE ! ||||| Contro il programmato rilancio del diagramma dei contagî, e col ”danno collaterale” previsto, messo in conto, di morti atroci di ”inattivi”, scarti, esuberi della vita. Morti per fame d’aria come asfissiati annegati in un orrido ‘water-boarding’, e in incubo di nebbie, di qualcosa che evoca il ”polmone d’acciajo”, di agonie doppiate da panico, lunghe come un Inferno…
||||| Il Lavoro NON libera. La ”libertà di lavoro” in questi giorni la brandiscono e reclamano gli ultraliberalnazistoidi supremacysti WASP negli USA, brandendo i fucili in nome del ”secondo emendamento”…
||||| Trattieni, amico mio, il pulsionale riflesso ”umano, troppo umano” a ”riprenderTI la TUA libertà” — fantasma, simulacro fallace di libertà. ……………………………………….. (Continua)

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KORONAVIRUS

La presente circostanza:

ci addolora per il carico di dolore e di morte che porta con sé;

ci addolora perché si accanisce, come spesso accade nel disastro, sui più deboli, sugli anziani, sugli ultimi, sui non-tutelati, e perché alimenta, in parallelo, l’immaginario cannibalista dell’ipocrita -dopo anni di sacra privatizzazione e meschino risparmio sul welfare- impossibilità di curare tutti;

ci addolora perché, nell’eterno olimpico presente asettico della connessione, alimenta la paura della corporeità, la diffidenza verso i desideri naturali ed animali, riorientandoli tout-court al consumo compulsivo di merci;

ci addolora per lo sdoganamento nell’immaginario della paura come sentimento usuale, sano, universale e fondativo delle esistenze individuali, da rivendicare a scapito di ogni forma residuale di coraggio e di dignità, e del conformismo idiota ed egoista che la garantisce;

ci addolora per l’assuefazione al paternalismo di cui s’ammanta l’autorità, che traveste i suoi apparati repressivi di buonismo accudente e di severità lungimirante rispetto all’infantilismo di un popolo incapace di intendere e di volere (questo è il moderno populismo, un’espropriazione del potere dall’alto!), e che sfrutta il panico per sperimentare forme di tutela consenziente che sanno di servitù volontaria e di coprifuoco planetario;

ci addolora per l’assunzione acritica del notevole surplus di controllo che viene legittimato dal metodo emergenziale (già in precedenza abbondantemente rodato come misura di gestione ordinaria deregolata nella produzione come nell’ordine pubblico), e con essa l’implicita adozione del modello sotteso, gerarchico, classista, patriarcale, accentratore, burocratico-legale, tecnocratico ed assoluto/assolto da ogni vincolo di mandato, nella sospensione di diritti la cui agibilità sostanziale era già prima stata mutilata a morte;

ci addolora per l’abuso interessato (per inquadrare un evento pur nefasto, ma sempre inscritto in quell’ordine naturale delle cose che noi abbiamo sconsideratamente contribuito a sconvolgere) della retorica militaresca e patriottarda, tutta inni e tricolori, trincee e prime linee, per simulare un’unità nazionale e un’alleanza fra produttori che mascheri la violenta offensiva ormai ventennale del capitale contro il lavoro e l’ambiente, nonché della sovraesposizione mediatica per forze armate e dell’ordine, lifting propedeutico al loro collaudatissimo e venturo impiego per contenere le crescenti tensioni sociali e all’occupazione de facto (come in un golpe) delle strade;

ci addolora per la consapevolezza che le attività produttive di piccole dimensioni verranno triturate dal blocco delle attività e dalla quarantena, a tutto vantaggio delle grandi catene di produzione e distribuzione, e che la forbice rispetto al tenore di vita fra un’esigua minoranza di famiglie ricchissime e la stragrande maggioranza della popolazione si allargherà drammaticamente;

ci addolora per la colonizzazione che i media e il loro linguaggio (misto di morbosità voyeuristica e pornografia emotiva, smemoratezza e lacrimoni facili, esaltazione di gesti e figure quotidiani come eroici, per confermare lo stato di pusillanimità egotica permanente e dissimulare le conseguenze di una ricetta economica ultraliberista rapace e disumana, etc.) stanno operando sulla coscienza collettiva (non solo con fake e infoteinment, ma con la sempiterna reperibilità del telelavoro e la dipendenza dalla realtà aumentata, a fronte della miseria dell’esistente), in modo da ridurre l’opinione pubblica all’assenso qualunquista ed ebete, quando non all’entusiasmo masochista, verso norme e dispositivi liberticidi, barattando il diritto all’autonomia ed all’autodeterminazione della vita con un’angusta, isolata e fragilissima bolla individuale di confort.

 

 

Questo virus, in quanto incubato nella febbre mondiale per concorrenza e razzismo, aggrava isolamento e diffidenza verso l’altro, anaffettività ed atomizzazione fino all’estinzione, con l’idea di interdipendenza e prossimità sociali, anche del prossimo…

Coscienti delle ragioni di attenzione verso la salute di tutti, alziamo tuttavia la guardia verso un sistema volto al controllo sociale e al mantenimento di uno status-quo, di una normalità che non ci piace.

In quest’epoca di capitalismo della sorveglianza, di poteri economico-tecnologici privati totalitari che si fanno scudo e beffa della formalità democratica, di squilibrio globalizzato, di prove d’arresto domiciliare planetario,

crediamo occorra guardare

a questo evento (naturale, artificiale e artificioso insieme!) anche come cartina di tornasole, come catalizzatore, come epifania, come esplosione che squassa la normalità borghese e farà sì, in un verso o nell’altro, che nulla sia più come prima.

Esso è anche contrappasso dell’auto-narrazione giovanilistica, maschia, dominatrice, patinata, onnipotente, indistruttibile del capitale.

Il rallentamento nella produzione dei beni evidenzia anche quanto non siano universalmente accessibili e quanto siano inquinanti e assai spesso inutili.

La quarantena forzata, la crisi nella retribuzione (sulla quale torneremo) e il parziale blocco delle consegne a domicilio costringono anche a ridimensionare universalmente shopping e compulsività consumistica, portando ciascuno a riconsiderare la propria dieta di vita e le proprie priorità.

La forzata, per quanto fuori tempo massimo, decrescita industriale ha dimostrato in 2 mesi la fondatezza delle teorie complottiste sul cambiamento climatico, abbattendo i livelli di PM10 nelle principali megalopoli mondiali.

Il disumano nostro rifiuto delle bagnarole cariche di poveracci migranti viene sperimentato oggi anche dai pasciuti turisti d’occidente, impossibilitati a sbarcare dalle loro faraoniche navi da crociera nei paesi, esotici ma poveri, spesso patria di quegli stessi migranti, perché considerati a loro volta “untori”.

L’internazionalismo del virus si fa beffe di muri, cinture di sicurezza, interruzione di trasporti, controlli di frontiera, ed evidenzia l’ineludibile interdipendenza di uomini e risorse, sostanziando la necessità nei fatti di rivedere il modello organizzativo concorrenziale-privatistico, nel macro (riconversione e redistribuzione) come nel micro (solidarietà e collettivismo), rendendo attuale e necessaria l’utopia, poiché la normalità è il problema. Alla faccia di protezionismi e barriere, ricorda agli stessi affaristi gli svantaggi della delocalizzazione selvaggia e della segmentazione della filiera produttiva, quando un imprevisto inceppa la mobilità delle merci e l’ubiquità dei prodotti.

 

La forzata riflessione collettiva sul necessario, sul superfluo e sull’impagabile, e sulla mutua dipendenza anche solo relazionale è critica viva nell’epoca dello sgomitìo bulimico e dell’accaparramento insensato.

 

L’opulenta Fortezza Europa, dietro i pelosi proclami di facciata, si trova oggi a dover decidere su quale paradigma puntare, se seguire il rigore e disgregarsi, oppure ripensare i propri fondamenti politici. Essa si vede costretta, in tale frangente, dopo indegne condotte razziste, ad accettare aiuto dai vituperati cinesi, dai sozzi albanesi e da quei comunisti dei cubani.

 

Può dunque l‘attuale circostanza essere anche occasione per ridare forza ai movimenti che negli ultimi 40/50 anni hanno tentato di bloccare il capitale, boicottare la produzione, alterare la frenesia consumistica?

Può l‘attuale circostanza dare perfino una mano in questa direzione?

Non lo sappiamo!

Certo è però che, come per l’ipnosi nella psicanalisi, il rinvenimento del trauma è inutile senza la partecipazione cosciente del paziente, senza cioé che il processo venga vissuto consapevolmente, così ci pare di dover fare i conti con le nostre paure, di dover guardare con interesse alle contraddizioni che si presentano, a chi si rivolta, oltre ogni previsione sistemica, contro l’inumanità e l’invivibilità del futuro che ci stanno approntando.

Gli ultimi, i paria, gli esclusi, i dannati, i poveri – e la crisi economica che già precedeva il virus, al netto delle pallide misure di sostegno al reddito, dilanierà trascinando intorno alla soglia di sussistenza anche le fasce sociali medio-piccolo borghesi-, le grida dei più esposti richiamano al destino comune del corpo sociale, i carcerati alla dimensione cripto-totalitaria delle istituzioni, gli operai alle esigenze dittatoriali ed impietose della produzione, gli espropriatori nei supermercati all’iniqua accessibilità dei beni…e siamo solo all’inizio……..

Nessuna casa, nessuna terra può essere sicura, senza l’unica garanzia della mutua felicità….basta muri, un futuro abitabile per tutte e tutti…e, usciti dalle tane, dall’isolamento e, speriamo, dalle nostre stesse paranoie, domani starà a noi.

 

NO VOLVEREMOS A LA NORMALIDAD

PORQUE LA NORMALIDAD ERA EL PROBLEMA

OGGI, PRIMO DI APRILE ALLE ORE 17.59

UN MINUTO DI SILENZIO PER QUANTI HANNO PERSO LA VITA

E QUANTI SONO SOSPESI IN ATTESA DI RESPONSO

ALLE 18.00 IN PUNTO

STRISCIONI E BATTITURA CON COPERCHI E PENTOLE

IN SOLIDARIETÀ AGLI STIPATI NELLE CARCERI

 

 

Franti – https://franti.noblogs.org/

 

Milano, 1° aprile, 2020

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Diario di Franti/ Documenti/

Franti e Sturgis (non) vanno in cortile

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Franti: Bella bro

Sturgis: …

Che hai Sigrut? Che faccia torva, e che ci fai qui dietro la scala?

è che non ci si può più andare…

e dove mai non si può più andare Sigru, ma ce la fai?

in cortile fra’, non vedi, in cortile. Sono ancora li?

quel gruppetto di genitori dici? Già, chissà he ci fanno in cortile, piove persino …

fra’ non sono genitori, quella è la DIGOS!

ah ah ah si, e io sono Robin Hood

è la Digos fra’, te l’assicuro, sono qui per controllare il cortile

il cortile? ma sei scemo fra’, cosa mai interessa alla digos del nostro cortile

è perché si fuma

ma cosa gliene frega alla digos che si fuma? la digos è la polizia politica non la narcotici o la buoncostume, sempre che si possa ritenere malcostume fumare in cortile

e che ne so io, forse c’è un problema politico

si, forse temono la disoccupazione anche loro e creano problemi dove non ce ne sono. Però la cosa è seria, da non prendere sottogamba, fumano in tanti ma sembra che non ne freghi niente a nessuno.

che vuoi dire?

voglio dire che a nessuno frega del perché fa le cose, per divertirsi? per farsi male? per sembrare più grande? per trasgredire? per difendersi dal logorio della vita? Ci sarà un perché.

Sicuramente non per parlarne, non ne parla nessuno.

forse perché si fa così e basta

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To Obey or NOT To Obey

To Obey or NOT To Obey è il fresco papello in sei Quadri di FRANTI, dedicato agli studenti Maturandi dell’anno scolastico 2019/2020 ma che vale anche per gli altri

 

 

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LODE, incursione frantiana nel Trap

Plaga-SWF
Lode

anche se…

…già lo sai…

«… me lo riprenda ancora una volta, signor Direttore, perché non segua una disgrazia in famiglia, lo faccia per pietà d’una povera donna! – E si coperse il viso con le mani singhiozzando. Franti teneva il viso basso, impassibile. Il Direttore lo guardò, stette un po’ pensando, poi disse: – Franti, va al tuo posto. – Allora la donna levò le mani dal viso, tutta racconsolata, e cominciò a dir grazie, grazie, senza lasciar parlare il Direttore, e s’avviò verso l’uscio, asciugandosi gli occhi, e dicendo affollatamente: – Figliuol mio, mi raccomando. Abbiano pazienza tutti. Grazie, signor Direttore, che ha fatto un’opera di carità. Buono, sai, figliuolo. Buon giorno, ragazzi. Grazie, a rivederlo, signor maestro. E scusino tanto, una povera mamma. E data ancora di sull’uscio un’occhiata supplichevole a suo figlio, se n’andò, raccogliendo lo scialle che strascicava, pallida, incurvata, con la testa tremante, e la sentimmo ancor tossire giù per le scale. Il Direttore guardò fisso Franti, in mezzo al silenzio della classe, e gli disse con un accento da far tremare: – Franti, tu uccidi tua madre! – Tutti si voltarono a guardar Franti. E quell’infame sorrise.»

Edmondo De Amicis
libro Cuore, diario del 28 gennaio

Il giovane Franti, prototipo della contestazione, dà il via, nel 1886 e grazie alla penna di De Amicis, allo scontro con la famiglia. Franti è l’insopportabile agli occhi della borghesia ottocentesca. Mentre questa disegna, nel quadro della recente “unità nazionale”, il perfetto ed imperituro equilibrio tra le classi, lui, Franti, rappresenta l’intollerabile punto di rottura, irrispettoso a tutto e per tutto.

Cuore lo congeda frettolosamente meno di due mesi dopo, nelle pagine del 6 marzo

“Franti dicono che non verrà più perché lo metteranno all’ergastolo”.

Ci penserà Umberto Eco a riabilitarlo con l”Elogio di Franti” nel 1963 dopo che generazioni di studenti avevano appreso su di lui l’odio di classe. E noi, per ora, lì lo lasciamo.

Oggi, ascoltando “Lode” di Plaga-SWF prod. Mosees qualche domanda sorge spontanea.

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To Obey or NOT To Obey / Quadro I

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I/le docenti dovrebbero essere i liberi migranti delle culture

 I/le docenti dovrebbero essere, per definizione, i migranti del sapere, i liberi migranti delle culture,

portati ad amare porti aperti, muri abbattuti e babeliche parresie dialoganti e antirazziste. È l’esercizio prima di tutto della dignità umana, non secondariamente di quella professionale, a dare senso alla loro attività; è il rivendicare una particolare attenzione ogni volta che si fa strame di valori fondativi della persona, ogni volta che si tenta l’attacco alle intelligenze e al senso critico, a dare lustro alla loro azione.

Tale dev’essere la concezione di sé, come docente, della professoressa Rosa Maria Dell’Aria, sospesa e decurtata di parte del suo stipendio, per avere permesso ai “suoi” studenti a Palermo di accostare leggi razziali e razzismo d’oggi; tale lo spirito, l’aura di libertà entro cui hanno potuto operare i “suoi” stessi studenti.

Non diversa dev’essere la concezione di sé della maestra Lavinia Flavia Cassaro, licenziata per aver urlato contro la polizia ad un presidio contro le razziste Casapound e Forza Nuova nel 2018 a Torino. Nel 2019 ha perso il ricorso: un’insegnante non può macchiarsi di lesa polizia! Paga perciò il conto proprio ‘in qualità di’ insegnante, non di comune cittadino, e viene licenziata. L’esercizio del controllo dall’alto si estende qui ad un comportamento esterno alla scuola, applicando sulla docente una concezione ‘morale’ statalizzata che evidenzia il controllo sul ‘tipo di persona’, sulle sue idee, ed esaltando nella docenza il carattere di ‘pubblica ufficialità’, per giunta in ogni luogo, non certo quello dei fondamenti di scienza e coscienza!

La vicenda dell’istituto Vittorio Emanuele III di Palermo merita attenzione perché è una vicenda la cui “colpa” è, per il ministero e per le sue ossequiose gerarchie, la libera attività didattica di un’insegnante e lo studio senza guinzaglio di gioventù pensante.
Ci chiediamo: che cosa è un insegnamento che non segni e uno studio che non appassioni e interessi?
Invece il tutto è stato fatto oggetto di occhiute delazioni o di zelanti carrierismi e di sospensioni da insegnamento e stipendio, anziché considerare che questo paese, per esempio, ancora non ha fatto i conti col razzismo.

Svoltosi in campo diverso dal precedente, cioè fuori dalla scuola, qui la prima particolarità già posta in evidenza, è il caso della maestra, cui non è permesso, e a che prezzo!, neppure fuori dai ‘sacri’ muri della scuola, di contestare l’operato della polizia, la quale sempre più spesso non solo si fa unica detentrice della violenza, ma, come nell’occasione, qui la seconda particolarità, opera a copertura di fascisti in tempi in cui lo stravolgimento di senso fa sì che il fascismo sarebbe divenuto solo un’opinione!!!

Quanto succede nella scuola è il riflesso speculare della ristrutturazione del modello societario in atto: è la governance, che prevede la santificazione della superstizione securitaria per blindare il conflitto sociale attraverso la leva dell’emergenza, del verticismo patriarcale e della criminalizzazione di ogni critica o dissenso.

Non possiamo non dirci sodali e solidali con Lavinia Flavia e con Rosa Maria e la “sua” classe.
Non possiamo non dirci ostili agli ignobili provvedimenti disciplinari.
Ciò che occorrerebbe è la loro revoca, ristabilendo formalmente il principio di evidenza e libertà.

Ogni docente e ogni studente dovrebbe rivendicare per sé e per ognuno lo spazio delle libertà e dirsi “colpevole” al pari delle interessate nelle due vicende.
Per parte nostra, si sa, Franti è “Il Colpevole” per antonomasia, dunque siamo tutti e tutte tutt’altro che immeritevoli di tali medaglie.

 

Franti, 24 maggio 2019
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@ilFranti