’CARO AMICO TI SCRIVO…’, / Come una lettera-volantino

In accordo col suo primo estensore, facciamo nostro un testo che ci è piaciuto

QUATTRO MILIONI ”AL LAVORO !”, come se niente fosse. AL LAVORO, CHE STAVOLTA COMINCIA A SEMINAR MORTE GIÀ NELLA BAILAMME DEI TRASPORTI, rimessi in marcia per il “Parco Umano”…

’CARO AMICO TI SCRIVO…’, / Come una lettera-volantino :
” ” INTANTO, ASPETTA… Non accettare — per ‘nostalgìa di te’, della TUA vita che è la TUA, perché TUA — il nuovo UKAZ*, ‘Bolla’, ‘diktat di FINE-CONFINO”.
||||| QUATTRO MILIONI, ”AL LAVORO !”, come se niente fosse.
AL LAVORO, CHE STAVOLTA COMINCIA A SEMINAR MORTE GIÀ NELLA BAILAMME DEI TRASPORTI, rimessi in marcia per il “Parco Umano” che ”deve rimboccarsi le maniche” e lavorar duro, più intensamente, più a lungo, per ”recuperare”, ”riaccendere i motori dell’Economia”, inquinare, devastare, estrarre, spremere, avvelenarsi e avvelenare peggio…
||||| NIENTE, COMUNQUE, SARÀ, POTRÀ ESSERE, ‘COME PRIMA’ : SE OTTEMPERI STAVOLTA, SARÀ MOLTO PEGGIO. ”Costretti a sanguinare”, chi e chi e chi…, ‘a ciascuno il suo’.
||||| SCIOPERA, AMICO, SCIOPERO A TITOLO UMANO, comincia per almeno qualche giorno. GESTO — se non ora, quando? — ANCHE DA SOLO. Poi si vede. CHI È DELLA RIVOLTA, COME PUÒ NON FARLO, come si fa… BOICOTTA, amico, SABOTA, SCIOPERA ALMENO OGGI, intanto, CONTRO IL DECRETO CHE INGIUNGE IL RITORNO AL LAVORO COMUNQUE ! ||||| Contro il programmato rilancio del diagramma dei contagî, e col ”danno collaterale” previsto, messo in conto, di morti atroci di ”inattivi”, scarti, esuberi della vita. Morti per fame d’aria come asfissiati annegati in un orrido ‘water-boarding’, e in incubo di nebbie, di qualcosa che evoca il ”polmone d’acciajo”, di agonie doppiate da panico, lunghe come un Inferno…
||||| Il Lavoro NON libera. La ”libertà di lavoro” in questi giorni la brandiscono e reclamano gli ultraliberalnazistoidi supremacysti WASP negli USA, brandendo i fucili in nome del ”secondo emendamento”…
||||| Trattieni, amico mio, il pulsionale riflesso ”umano, troppo umano” a ”riprenderTI la TUA libertà” — fantasma, simulacro fallace di libertà. ……………………………………….. (Continua)

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KORONAVIRUS

La presente circostanza:

ci addolora per il carico di dolore e di morte che porta con sé;

ci addolora perché si accanisce, come spesso accade nel disastro, sui più deboli, sugli anziani, sugli ultimi, sui non-tutelati, e perché alimenta, in parallelo, l’immaginario cannibalista dell’ipocrita -dopo anni di sacra privatizzazione e meschino risparmio sul welfare- impossibilità di curare tutti;

ci addolora perché, nell’eterno olimpico presente asettico della connessione, alimenta la paura della corporeità, la diffidenza verso i desideri naturali ed animali, riorientandoli tout-court al consumo compulsivo di merci;

ci addolora per lo sdoganamento nell’immaginario della paura come sentimento usuale, sano, universale e fondativo delle esistenze individuali, da rivendicare a scapito di ogni forma residuale di coraggio e di dignità, e del conformismo idiota ed egoista che la garantisce;

ci addolora per l’assuefazione al paternalismo di cui s’ammanta l’autorità, che traveste i suoi apparati repressivi di buonismo accudente e di severità lungimirante rispetto all’infantilismo di un popolo incapace di intendere e di volere (questo è il moderno populismo, un’espropriazione del potere dall’alto!), e che sfrutta il panico per sperimentare forme di tutela consenziente che sanno di servitù volontaria e di coprifuoco planetario;

ci addolora per l’assunzione acritica del notevole surplus di controllo che viene legittimato dal metodo emergenziale (già in precedenza abbondantemente rodato come misura di gestione ordinaria deregolata nella produzione come nell’ordine pubblico), e con essa l’implicita adozione del modello sotteso, gerarchico, classista, patriarcale, accentratore, burocratico-legale, tecnocratico ed assoluto/assolto da ogni vincolo di mandato, nella sospensione di diritti la cui agibilità sostanziale era già prima stata mutilata a morte;

ci addolora per l’abuso interessato (per inquadrare un evento pur nefasto, ma sempre inscritto in quell’ordine naturale delle cose che noi abbiamo sconsideratamente contribuito a sconvolgere) della retorica militaresca e patriottarda, tutta inni e tricolori, trincee e prime linee, per simulare un’unità nazionale e un’alleanza fra produttori che mascheri la violenta offensiva ormai ventennale del capitale contro il lavoro e l’ambiente, nonché della sovraesposizione mediatica per forze armate e dell’ordine, lifting propedeutico al loro collaudatissimo e venturo impiego per contenere le crescenti tensioni sociali e all’occupazione de facto (come in un golpe) delle strade;

ci addolora per la consapevolezza che le attività produttive di piccole dimensioni verranno triturate dal blocco delle attività e dalla quarantena, a tutto vantaggio delle grandi catene di produzione e distribuzione, e che la forbice rispetto al tenore di vita fra un’esigua minoranza di famiglie ricchissime e la stragrande maggioranza della popolazione si allargherà drammaticamente;

ci addolora per la colonizzazione che i media e il loro linguaggio (misto di morbosità voyeuristica e pornografia emotiva, smemoratezza e lacrimoni facili, esaltazione di gesti e figure quotidiani come eroici, per confermare lo stato di pusillanimità egotica permanente e dissimulare le conseguenze di una ricetta economica ultraliberista rapace e disumana, etc.) stanno operando sulla coscienza collettiva (non solo con fake e infoteinment, ma con la sempiterna reperibilità del telelavoro e la dipendenza dalla realtà aumentata, a fronte della miseria dell’esistente), in modo da ridurre l’opinione pubblica all’assenso qualunquista ed ebete, quando non all’entusiasmo masochista, verso norme e dispositivi liberticidi, barattando il diritto all’autonomia ed all’autodeterminazione della vita con un’angusta, isolata e fragilissima bolla individuale di confort.

 

 

Questo virus, in quanto incubato nella febbre mondiale per concorrenza e razzismo, aggrava isolamento e diffidenza verso l’altro, anaffettività ed atomizzazione fino all’estinzione, con l’idea di interdipendenza e prossimità sociali, anche del prossimo…

Coscienti delle ragioni di attenzione verso la salute di tutti, alziamo tuttavia la guardia verso un sistema volto al controllo sociale e al mantenimento di uno status-quo, di una normalità che non ci piace.

In quest’epoca di capitalismo della sorveglianza, di poteri economico-tecnologici privati totalitari che si fanno scudo e beffa della formalità democratica, di squilibrio globalizzato, di prove d’arresto domiciliare planetario,

crediamo occorra guardare

a questo evento (naturale, artificiale e artificioso insieme!) anche come cartina di tornasole, come catalizzatore, come epifania, come esplosione che squassa la normalità borghese e farà sì, in un verso o nell’altro, che nulla sia più come prima.

Esso è anche contrappasso dell’auto-narrazione giovanilistica, maschia, dominatrice, patinata, onnipotente, indistruttibile del capitale.

Il rallentamento nella produzione dei beni evidenzia anche quanto non siano universalmente accessibili e quanto siano inquinanti e assai spesso inutili.

La quarantena forzata, la crisi nella retribuzione (sulla quale torneremo) e il parziale blocco delle consegne a domicilio costringono anche a ridimensionare universalmente shopping e compulsività consumistica, portando ciascuno a riconsiderare la propria dieta di vita e le proprie priorità.

La forzata, per quanto fuori tempo massimo, decrescita industriale ha dimostrato in 2 mesi la fondatezza delle teorie complottiste sul cambiamento climatico, abbattendo i livelli di PM10 nelle principali megalopoli mondiali.

Il disumano nostro rifiuto delle bagnarole cariche di poveracci migranti viene sperimentato oggi anche dai pasciuti turisti d’occidente, impossibilitati a sbarcare dalle loro faraoniche navi da crociera nei paesi, esotici ma poveri, spesso patria di quegli stessi migranti, perché considerati a loro volta “untori”.

L’internazionalismo del virus si fa beffe di muri, cinture di sicurezza, interruzione di trasporti, controlli di frontiera, ed evidenzia l’ineludibile interdipendenza di uomini e risorse, sostanziando la necessità nei fatti di rivedere il modello organizzativo concorrenziale-privatistico, nel macro (riconversione e redistribuzione) come nel micro (solidarietà e collettivismo), rendendo attuale e necessaria l’utopia, poiché la normalità è il problema. Alla faccia di protezionismi e barriere, ricorda agli stessi affaristi gli svantaggi della delocalizzazione selvaggia e della segmentazione della filiera produttiva, quando un imprevisto inceppa la mobilità delle merci e l’ubiquità dei prodotti.

 

La forzata riflessione collettiva sul necessario, sul superfluo e sull’impagabile, e sulla mutua dipendenza anche solo relazionale è critica viva nell’epoca dello sgomitìo bulimico e dell’accaparramento insensato.

 

L’opulenta Fortezza Europa, dietro i pelosi proclami di facciata, si trova oggi a dover decidere su quale paradigma puntare, se seguire il rigore e disgregarsi, oppure ripensare i propri fondamenti politici. Essa si vede costretta, in tale frangente, dopo indegne condotte razziste, ad accettare aiuto dai vituperati cinesi, dai sozzi albanesi e da quei comunisti dei cubani.

 

Può dunque l‘attuale circostanza essere anche occasione per ridare forza ai movimenti che negli ultimi 40/50 anni hanno tentato di bloccare il capitale, boicottare la produzione, alterare la frenesia consumistica?

Può l‘attuale circostanza dare perfino una mano in questa direzione?

Non lo sappiamo!

Certo è però che, come per l’ipnosi nella psicanalisi, il rinvenimento del trauma è inutile senza la partecipazione cosciente del paziente, senza cioé che il processo venga vissuto consapevolmente, così ci pare di dover fare i conti con le nostre paure, di dover guardare con interesse alle contraddizioni che si presentano, a chi si rivolta, oltre ogni previsione sistemica, contro l’inumanità e l’invivibilità del futuro che ci stanno approntando.

Gli ultimi, i paria, gli esclusi, i dannati, i poveri – e la crisi economica che già precedeva il virus, al netto delle pallide misure di sostegno al reddito, dilanierà trascinando intorno alla soglia di sussistenza anche le fasce sociali medio-piccolo borghesi-, le grida dei più esposti richiamano al destino comune del corpo sociale, i carcerati alla dimensione cripto-totalitaria delle istituzioni, gli operai alle esigenze dittatoriali ed impietose della produzione, gli espropriatori nei supermercati all’iniqua accessibilità dei beni…e siamo solo all’inizio……..

Nessuna casa, nessuna terra può essere sicura, senza l’unica garanzia della mutua felicità….basta muri, un futuro abitabile per tutte e tutti…e, usciti dalle tane, dall’isolamento e, speriamo, dalle nostre stesse paranoie, domani starà a noi.

 

NO VOLVEREMOS A LA NORMALIDAD

PORQUE LA NORMALIDAD ERA EL PROBLEMA

OGGI, PRIMO DI APRILE ALLE ORE 17.59

UN MINUTO DI SILENZIO PER QUANTI HANNO PERSO LA VITA

E QUANTI SONO SOSPESI IN ATTESA DI RESPONSO

ALLE 18.00 IN PUNTO

STRISCIONI E BATTITURA CON COPERCHI E PENTOLE

IN SOLIDARIETÀ AGLI STIPATI NELLE CARCERI

 

 

Franti – https://franti.noblogs.org/

 

Milano, 1° aprile, 2020

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Franti e Sturgis (non) vanno in cortile

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Franti: Bella bro

Sturgis: …

Che hai Sigrut? Che faccia torva, e che ci fai qui dietro la scala?

è che non ci si può più andare…

e dove mai non si può più andare Sigru, ma ce la fai?

in cortile fra’, non vedi, in cortile. Sono ancora li?

quel gruppetto di genitori dici? Già, chissà he ci fanno in cortile, piove persino …

fra’ non sono genitori, quella è la DIGOS!

ah ah ah si, e io sono Robin Hood

è la Digos fra’, te l’assicuro, sono qui per controllare il cortile

il cortile? ma sei scemo fra’, cosa mai interessa alla digos del nostro cortile

è perché si fuma

ma cosa gliene frega alla digos che si fuma? la digos è la polizia politica non la narcotici o la buoncostume, sempre che si possa ritenere malcostume fumare in cortile

e che ne so io, forse c’è un problema politico

si, forse temono la disoccupazione anche loro e creano problemi dove non ce ne sono. Però la cosa è seria, da non prendere sottogamba, fumano in tanti ma sembra che non ne freghi niente a nessuno.

che vuoi dire?

voglio dire che a nessuno frega del perché fa le cose, per divertirsi? per farsi male? per sembrare più grande? per trasgredire? per difendersi dal logorio della vita? Ci sarà un perché.

Sicuramente non per parlarne, non ne parla nessuno.

forse perché si fa così e basta

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To Obey or NOT To Obey

To Obey or NOT To Obey è il fresco papello in sei Quadri di FRANTI, dedicato agli studenti Maturandi dell’anno scolastico 2019/2020 ma che vale anche per gli altri

 

 

Scaricalo qui in PDF  stampalo e fallo tuo 🙂

LODE, incursione frantiana nel Trap

Plaga-SWF
Lode

anche se…

…già lo sai…

«… me lo riprenda ancora una volta, signor Direttore, perché non segua una disgrazia in famiglia, lo faccia per pietà d’una povera donna! – E si coperse il viso con le mani singhiozzando. Franti teneva il viso basso, impassibile. Il Direttore lo guardò, stette un po’ pensando, poi disse: – Franti, va al tuo posto. – Allora la donna levò le mani dal viso, tutta racconsolata, e cominciò a dir grazie, grazie, senza lasciar parlare il Direttore, e s’avviò verso l’uscio, asciugandosi gli occhi, e dicendo affollatamente: – Figliuol mio, mi raccomando. Abbiano pazienza tutti. Grazie, signor Direttore, che ha fatto un’opera di carità. Buono, sai, figliuolo. Buon giorno, ragazzi. Grazie, a rivederlo, signor maestro. E scusino tanto, una povera mamma. E data ancora di sull’uscio un’occhiata supplichevole a suo figlio, se n’andò, raccogliendo lo scialle che strascicava, pallida, incurvata, con la testa tremante, e la sentimmo ancor tossire giù per le scale. Il Direttore guardò fisso Franti, in mezzo al silenzio della classe, e gli disse con un accento da far tremare: – Franti, tu uccidi tua madre! – Tutti si voltarono a guardar Franti. E quell’infame sorrise.»

Edmondo De Amicis
libro Cuore, diario del 28 gennaio

Il giovane Franti, prototipo della contestazione, dà il via, nel 1886 e grazie alla penna di De Amicis, allo scontro con la famiglia. Franti è l’insopportabile agli occhi della borghesia ottocentesca. Mentre questa disegna, nel quadro della recente “unità nazionale”, il perfetto ed imperituro equilibrio tra le classi, lui, Franti, rappresenta l’intollerabile punto di rottura, irrispettoso a tutto e per tutto.

Cuore lo congeda frettolosamente meno di due mesi dopo, nelle pagine del 6 marzo

“Franti dicono che non verrà più perché lo metteranno all’ergastolo”.

Ci penserà Umberto Eco a riabilitarlo con l”Elogio di Franti” nel 1963 dopo che generazioni di studenti avevano appreso su di lui l’odio di classe. E noi, per ora, lì lo lasciamo.

Oggi, ascoltando “Lode” di Plaga-SWF prod. Mosees qualche domanda sorge spontanea.

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To Obey or NOT To Obey / Quadro I

I/le docenti dovrebbero essere i liberi migranti delle culture

 I/le docenti dovrebbero essere, per definizione, i migranti del sapere, i liberi migranti delle culture,

portati ad amare porti aperti, muri abbattuti e babeliche parresie dialoganti e antirazziste. È l’esercizio prima di tutto della dignità umana, non secondariamente di quella professionale, a dare senso alla loro attività; è il rivendicare una particolare attenzione ogni volta che si fa strame di valori fondativi della persona, ogni volta che si tenta l’attacco alle intelligenze e al senso critico, a dare lustro alla loro azione.

Tale dev’essere la concezione di sé, come docente, della professoressa Rosa Maria Dell’Aria, sospesa e decurtata di parte del suo stipendio, per avere permesso ai “suoi” studenti a Palermo di accostare leggi razziali e razzismo d’oggi; tale lo spirito, l’aura di libertà entro cui hanno potuto operare i “suoi” stessi studenti.

Non diversa dev’essere la concezione di sé della maestra Lavinia Flavia Cassaro, licenziata per aver urlato contro la polizia ad un presidio contro le razziste Casapound e Forza Nuova nel 2018 a Torino. Nel 2019 ha perso il ricorso: un’insegnante non può macchiarsi di lesa polizia! Paga perciò il conto proprio ‘in qualità di’ insegnante, non di comune cittadino, e viene licenziata. L’esercizio del controllo dall’alto si estende qui ad un comportamento esterno alla scuola, applicando sulla docente una concezione ‘morale’ statalizzata che evidenzia il controllo sul ‘tipo di persona’, sulle sue idee, ed esaltando nella docenza il carattere di ‘pubblica ufficialità’, per giunta in ogni luogo, non certo quello dei fondamenti di scienza e coscienza!

La vicenda dell’istituto Vittorio Emanuele III di Palermo merita attenzione perché è una vicenda la cui “colpa” è, per il ministero e per le sue ossequiose gerarchie, la libera attività didattica di un’insegnante e lo studio senza guinzaglio di gioventù pensante.
Ci chiediamo: che cosa è un insegnamento che non segni e uno studio che non appassioni e interessi?
Invece il tutto è stato fatto oggetto di occhiute delazioni o di zelanti carrierismi e di sospensioni da insegnamento e stipendio, anziché considerare che questo paese, per esempio, ancora non ha fatto i conti col razzismo.

Svoltosi in campo diverso dal precedente, cioè fuori dalla scuola, qui la prima particolarità già posta in evidenza, è il caso della maestra, cui non è permesso, e a che prezzo!, neppure fuori dai ‘sacri’ muri della scuola, di contestare l’operato della polizia, la quale sempre più spesso non solo si fa unica detentrice della violenza, ma, come nell’occasione, qui la seconda particolarità, opera a copertura di fascisti in tempi in cui lo stravolgimento di senso fa sì che il fascismo sarebbe divenuto solo un’opinione!!!

Quanto succede nella scuola è il riflesso speculare della ristrutturazione del modello societario in atto: è la governance, che prevede la santificazione della superstizione securitaria per blindare il conflitto sociale attraverso la leva dell’emergenza, del verticismo patriarcale e della criminalizzazione di ogni critica o dissenso.

Non possiamo non dirci sodali e solidali con Lavinia Flavia e con Rosa Maria e la “sua” classe.
Non possiamo non dirci ostili agli ignobili provvedimenti disciplinari.
Ciò che occorrerebbe è la loro revoca, ristabilendo formalmente il principio di evidenza e libertà.

Ogni docente e ogni studente dovrebbe rivendicare per sé e per ognuno lo spazio delle libertà e dirsi “colpevole” al pari delle interessate nelle due vicende.
Per parte nostra, si sa, Franti è “Il Colpevole” per antonomasia, dunque siamo tutti e tutte tutt’altro che immeritevoli di tali medaglie.

 

Franti, 24 maggio 2019
https://franti.noblogs.org
franti@inventati.org
@ilFranti

 

Dove va Franti ?

Invio il testo dal titolo “Dove va Franti ?”che costituisce un contributo alla discussione all’interno del gruppo Franti. L’auspicio è che questa discussione possa avviare una riflessione sulle forme dello ‘ stare insieme’ e che possa coinvolgere un numero sempre più ampio di compagni a partire da coloro che , in un modo o nell’altro, hanno incrociato il nostro percorso. A questo proposito mi piace segnalare un testo che ho appena iniziato a sfogliare ma che mi pare si ponga sull’onda dei problemi sui quali da tempo ci interroghiamo.

Il testo così si conclude :

E vinceremo, qui e altrove. Vinceremo anche contro noi stessi. Contro ciò che, talvolta, fa di noi non molto di più che dei tristi amministratori dell’esistente. Vinceremo, , disputando a pietrate pezzi di territorio alla polizia , gettando lampi di luce negli occhi appannati della vita. Producendo il nostro cibo e mettendo in ginocchio un governo. Costituendo forze collettive e condividendo un pezzo di mondo con altri esiliati. Moltiplicando le comuni libere, generando le nostre culture e le nostre storie. Gli spazi in cui queste dieci, mille vittorie possono incontrarsi sono rare. Il notav e la zad sono tra questi. E ne ispirano altri. E’ questa la loro portata rivoluzionaria“.

Collettivo “mauvaise troupe”, Contrade. Storie di zad e notav, Tabor

Dove va Franti ?

“Il carattere distruttivo non vede niente di durevole. Ma proprio per questo vede dappertutto delle vie. Ma poiché vede dappertutto delle vie , deve anche dappertutto sgombrare la strada (…) Poichè dappertutto vede vie, egli sta sempre ad un incrocio. Nessun attimo può sapere ciò che il prossimo reca con sé. L’ esistente lui lo manda in rovina non per amore delle rovine, ma per la via che vi passa attraverso”
W. Benjamin

Franti, verso la metà del libro di De Amicis, sparisce dal racconto, non se ne farà più parola , le voci dicono “che non verrà più perché lo metteranno all’ergastolo”. A noi piace pensarlo invece alla ricerca di un’altra comunità possibile. Un po’ come altri personaggi della letteratura. Come quel Rosso Malpelo che, chissà, forse muore nella cava della rena rossa ma forse trova anche lui la strada per un’altra possibilità, un’ altra forma di vita, magari tra gli spettri che popolano i sotterranei della miniera. In questo sta la forza della letteratura, farci immaginare altri percorsi possibili. Per i personaggi che la popolano, Per noi che leggiamo.

Del resto Franti era incompatibile con l’istituzione, con qualsiasi tipo di istituzione e refrattario a qualsiasi disciplina imposta che l’istituzione, che qualsiasi istituzione, non può non presupporre.
Franti era strutturalmente ‘contro il metodo’, per riprendere un ben noto titolo di un libro di Fayerabend, perché la ricerca di ciò che non c’ è, ma desideriamo cercare, presuppone la massima libertà, anche quella di sbagliare, anche quella di tornare indietro, e questa ricerca può essere fatta senza presupposti stabili, senza regole a priori, senza un’ origine che predetermini il fondamento della nostra ricerca.

Un po’ come Franti mi pare debba essere Franti, o almeno così a me piace immaginarlo, alla continua ricerca di un’ altra comunità possibile. Una comunità che si forma attraverso la contaminazione, non uno stato di cose, non un’ istituzione. Una comunità sregolata che vive di attrazione, che si costruisce di volta in volta, senza presupposti, senza statuti, in definitiva senza stato.

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Trattatello di anatomia ergonomico-funzionale contemporanea

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In nome dei sempiterni Valori illuminanti et irrinunciabili, sì pilastri della Legge 107 sulla BònaScola, ma anche della sacrosanta volontà bipartisan, consolidatasi nelle ultime legislature, di svecchiare le ormai esangui regole della democrazia formale a favore di un risoluto approdo, che per gli italici costumi suona ritorno, alla dittatura – oggi rinominata governance –, di Meritocrazia, Selezione, Aziendalismo, Sicurezza, Controllo, Gerarchia, Precariato, Servaggio della gleba e Consumo, qui si mostrerà del miglior uso dei corpi dei sudditi a maggior gloria del sistema-Paese.
Per disvelare, e con ciò esemplificare al Lettore (anche grazie all’ausilio di puntuali tavole anatomiche disegnate a mano da Kaius), le semplici ma assai efficaci risposte che i preclari progressi nella medicalizzazione tecno-logica e nell’impianto di dispositivi di biopotere offrono alle attuali esigenze del mercato globale, ci siamo avvalsi di una delle istituzioni totali che più ha fatto agio alle classi dominanti: LA SCUOLA.

Ai nostri pochi ma scaltri lettori offriamo questo breve papello. Si tratta di un moderno trattato di anatomia comparata, ove la comparazione è tra le funzionalità degli organi anatomici e la loro funzione sociale.

Un mondo teso alla modellizzazione d’ogni sua parte in nome d’una traslucida perfezione non poteva mancare di agire anche sui corpi.
Dopo l’esaltazione della loro mercificazione, le teorie del bello, l’edonismo da sfilata, il martellante succedersi delle mode, la vetrinizzazione del Sé, ecco per la prima volta mostrata, con crudo realismo, la sfera del dominio e della costrizione.

Il trattato è composto da una concisa esposizione delle premesse generali della moderna anatomia funzionale, in cui si dà conto del contesto e dell’obiettivo generale di questa scienza applicata: poche frasi, ma fulminanti.
Seguono quindici tavole minuziosamente disegnate da Kaius, ciascuna delle quali è accompagnata da una puntuale didascalia che descrive gli effetti di queste protesi anatomo-funzionali destinate a Docenti e Studenti – ma evidentemente, come precisato nell’esposizione iniziale, applicabili anche ad altri ambiti – con lo scopo di fluidificare e accrescere la loro partecipazione al contesto lavorativo.

A intervallare, una serie di lemmi completa l’opera, così da permettere a chi è nuovo a questo genere di discipline di avvicinarvisi più agevolmente.

Non temano, i lettori, la durezza di taluni dei dispositivi qui presentati.
Col tempo, ci si abitua a tutto.

[dalla quarta di copertina]

Indice

pag. 2 Venghino, siòri, venghino… (introduzione)
pag. 3 Tavola I Muscolo cardiaco ed encefalo
pag. 4 Lemma 1 Lavoro salariato (o dipendente o subordinato)
pag. 5 Tavola II Sostituzione oculare con camera panottica
pag. 6 Lemma 2 Lavoro autonomo
pag. 7 Tavola III Amputazione delle orecchie
pag. 8 Lemma 3 Lavoro volontario (o gratuito o corvée)
pag. 9 Tavola IV Occlusione definitiva delle narici
pag. 10 Lemma 4 Lavoro di cura (o di servizio)
pag. 11 Tavola V Protesi di potenziamento linguale
pag. 12 Lemma 5 Assemblea
pag. 13 Tavola VI Impianto permanente di divaricatore anale progressivo
pag. 14 Lemma 6 Sciopero
pag. 15 Tavola VII Trapianto pilifero allo stomaco
pag. 16 Lemma 7 Sciopero politico (o di massa)
pag. 17 Tavola VIII Trasfusione di piombo nelle cavità ossee dei piedi
pag. 18 Lemma 8 Sfruttamento (e suoi rimedi)
pag. 19 Tavola IX Blocco meccanico dei bulbi oculari e morso equino per cavità orale
pag. 20 Lemma 9 Scuola (pubblica)
pag. 21 Tavola X Potenziamento delle mani
pag. 22 Lemma 10 Scuola (privata)
pag. 23 Tavola XI Giogo
pag. 24 Lemma 11 Università
pag. 25 Tavola XII Razionalizzazione dell’apparato digerente e asportazione del fegato
pag. 26 Lemma 12 Crisi
pag. 27 Tavola XIII Castrazione-infibulazione
pag. 28 Lemma 13 Servitù volontaria
pag. 28 Lemma 14 Repressione
pag. 29 Tavola XIV Impianto di placche di metallo tutoriali per le ginocchia
pag. 30 Lemma 15 Emergenza (stato d’-)
pag. 31 Tavola XV Impianto di placche di metallo tutoriali per le caviglie
pag. 32 (presentazione)

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Sciopero infinito

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…il temibile e surreale Carrabrone, riempitosi d’una moltitudine di strane singolarità che si
contagiano menti e corpi, in un volo per nulla aggraziato, sfida la sua stessa struttura alare…
(“La struttura alare del calabrone, in relazione al suo peso, non è adatta al volo,
ma lui non lo sa e vola lo stesso”)

 

Verso lo sciopero infinito

Nell’apparente normalità delle nostre metropoli, scandita dal ritmo monòtono di lavoro-consumo-lavoro, si aggirano spettri che, spesso nell’anonimato, odiano il lavoro che hanno e quello che non hanno, disprezzano i loro superiori, praticano il furto nei supermercati, occupano abusivamente le case, sono dei sistematici assenteisti, non tollerano il decoro della città. Gli ultimi di questa schiera vivono ai margini della metropoli, senza diritti, e si riconoscono perché il loro aspetto, il loro comportamento, i loro abiti, il colore della pelle, la lingua rivelano immediatamente la loro condizione. Altri sono ben nascosti sotto l’aspetto rassicurante del ‘buon cittadino’, del ‘buon lavoratore’, dello studente. Spesso non si conoscono, talvolta formano dei piccoli gruppi, altre volte diffidano l’uno dell’altro, ma ciò nonostante esistono, erodono nei loro comportamenti la sicurezza del potere e, quel che è più importante, ci sono momenti in cui riescono persino a prefigurare un altro modo di vivere nella metropoli.

Quando i potenti invocano più sicurezza è perché istintivamente avvertono che esiste una moltitudine di singolarità in grado di incrinare la certezza di un ordine consolidato, di un tempo sempre uguale a se stesso, di un mondo apparentemente immodificabile. Un grande teatro dove tutti recitano le parti a loro assegnate: il padrone comanda sul lavoro altrui, il politico amministra la cosa pubblica, il poliziotto fa rispettare la legge, il sindacato difende i ‘diritti’ dei lavoratori e i lavoratori producono.
Nelle società democratiche lo sciopero ha il suo posto nell’ordine delle cose. A scadenza regolare, entro i limiti consentiti dalla legge, con le dovute forme, sempre con l’appoggio del sindacato (più o meno di base), i lavoratori possono avanzare le loro rivendicazioni.
Penseranno poi i sindacati a mettere d’accordo le parti in conflitto attraverso un’adeguata contrattazione che soddisfi il padrone e il lavoratore. Presto ci si accorgerà che la ‘giusta’ contrattazione non cambia le nostre vite: si può vincere (strappare un posto di lavoro in più, magari a discapito di altri lavoratori che lo perdono; ottenere qualche altra briciola di salario per gettarci ancora di più nel mondo incantato delle merci; conquistare una gabbia sicura per tutta la vita) oppure perdere (il lavoro, il posto, la sicurezza, la possibilità di consumare), ma la sostanza delle cose non cambia.
Il giorno dopo ognuno riprenderà il suo posto: il lavoratore al lavoro, i padroni al comando, i poliziotti a garantire l’ordine e i politici ad amministrarlo. Tutto resterà come prima.

Proviamo invece a immaginare uno sciopero infinito, uno sciopero che non termina, che ha come fine la costruzione di un altro modo di vivere. Proviamo a immaginare un corteo che non si conclude, che è solo momento di raccordo di corpi che non si separano alla fine, che mantengono vivo il calore della vicinanza. Proviamo a immaginare uno sciopero che ci unisca all’astensione forzata di coloro che sono già oltre il margine, che sia prima di tutto contro noi stessi, contro le identità che ci vengono cucite addosso, contro noi in quanto lavoratori, contro noi in quanto cittadini, contro noi in quanto consumatori, contro noi in quanto studenti.
Usiamo pure le scadenze, le lotte, gli scioperi di questo o quel sindacato. Facciamone uso, sapendo però che la vera posta in gioco non è ottenere questo o quel singolo risultato, ma la costruzione di nuove forme di vita, di un modo nuovo di stare assieme che rovesci il mondo che abitiamo.
Non rivendicare niente è il primo passo per ottenere tutto.

Per fare questo dobbiamo costruire le forme organizzate dello sciopero infinito. Le relazioni, le amicizie dal basso che ci permettano di mettere in campo una forza costruttiva che faccia incontrare la metropoli spettrale nella quale ci aggiriamo e le dia forza, voce, calore.
Dobbiamo organizzarci come parte di chi non vuole appartenere, di chi rifiuta di essere lavoratore o cittadino, ma che invece costruisce il proprio essere attraverso la forma comune che lega le nostre diversità.
Uno sciopero infinito è fatto di sabotaggio, di furto, di distruzione del decoro, ma soprattutto dell’amore che lega tra loro singolarità diverse, è gioiosa inventiva capacità di mettere insieme tutto questo.

Lo sciopero infinito è la costruzione di nuove forme di vita fondate sulla messa in comune di ciò che non può essere fatto proprio da nessuno perché è la possibilità stessa dell’usare e dell’agire in comune.

Lo sciopero infinito è la metropoli che si fa parte, è l’uscita dalle identità imposte, è il carnevale delle singolarità, è il comunismo come possibilità data.

Prepariamo l’esodo dentro e contro la metropoli, costruiamo la metropoli della nostra parte attraverso un contagio indefinito di menti e corpi.

 

27/10/2017
franti

Che cos’è Franti? Franti non è qualcosa di diverso dallo sciopero infinito, frammento piccolo, piccolissimo di questo movimento di scissione. Spettro tra gli spettri che attendono l’ora del loro incontrarsi, annusarsi, toccarsi, contaminarsi, riconoscersi, amarsi.

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