KORONAVIRUS

La presente circostanza:

ci addolora per il carico di dolore e di morte che porta con sé;

ci addolora perché si accanisce, come spesso accade nel disastro, sui più deboli, sugli anziani, sugli ultimi, sui non-tutelati, e perché alimenta, in parallelo, l’immaginario cannibalista dell’ipocrita -dopo anni di sacra privatizzazione e meschino risparmio sul welfare- impossibilità di curare tutti;

ci addolora perché, nell’eterno olimpico presente asettico della connessione, alimenta la paura della corporeità, la diffidenza verso i desideri naturali ed animali, riorientandoli tout-court al consumo compulsivo di merci;

ci addolora per lo sdoganamento nell’immaginario della paura come sentimento usuale, sano, universale e fondativo delle esistenze individuali, da rivendicare a scapito di ogni forma residuale di coraggio e di dignità, e del conformismo idiota ed egoista che la garantisce;

ci addolora per l’assuefazione al paternalismo di cui s’ammanta l’autorità, che traveste i suoi apparati repressivi di buonismo accudente e di severità lungimirante rispetto all’infantilismo di un popolo incapace di intendere e di volere (questo è il moderno populismo, un’espropriazione del potere dall’alto!), e che sfrutta il panico per sperimentare forme di tutela consenziente che sanno di servitù volontaria e di coprifuoco planetario;

ci addolora per l’assunzione acritica del notevole surplus di controllo che viene legittimato dal metodo emergenziale (già in precedenza abbondantemente rodato come misura di gestione ordinaria deregolata nella produzione come nell’ordine pubblico), e con essa l’implicita adozione del modello sotteso, gerarchico, classista, patriarcale, accentratore, burocratico-legale, tecnocratico ed assoluto/assolto da ogni vincolo di mandato, nella sospensione di diritti la cui agibilità sostanziale era già prima stata mutilata a morte;

ci addolora per l’abuso interessato (per inquadrare un evento pur nefasto, ma sempre inscritto in quell’ordine naturale delle cose che noi abbiamo sconsideratamente contribuito a sconvolgere) della retorica militaresca e patriottarda, tutta inni e tricolori, trincee e prime linee, per simulare un’unità nazionale e un’alleanza fra produttori che mascheri la violenta offensiva ormai ventennale del capitale contro il lavoro e l’ambiente, nonché della sovraesposizione mediatica per forze armate e dell’ordine, lifting propedeutico al loro collaudatissimo e venturo impiego per contenere le crescenti tensioni sociali e all’occupazione de facto (come in un golpe) delle strade;

ci addolora per la consapevolezza che le attività produttive di piccole dimensioni verranno triturate dal blocco delle attività e dalla quarantena, a tutto vantaggio delle grandi catene di produzione e distribuzione, e che la forbice rispetto al tenore di vita fra un’esigua minoranza di famiglie ricchissime e la stragrande maggioranza della popolazione si allargherà drammaticamente;

ci addolora per la colonizzazione che i media e il loro linguaggio (misto di morbosità voyeuristica e pornografia emotiva, smemoratezza e lacrimoni facili, esaltazione di gesti e figure quotidiani come eroici, per confermare lo stato di pusillanimità egotica permanente e dissimulare le conseguenze di una ricetta economica ultraliberista rapace e disumana, etc.) stanno operando sulla coscienza collettiva (non solo con fake e infoteinment, ma con la sempiterna reperibilità del telelavoro e la dipendenza dalla realtà aumentata, a fronte della miseria dell’esistente), in modo da ridurre l’opinione pubblica all’assenso qualunquista ed ebete, quando non all’entusiasmo masochista, verso norme e dispositivi liberticidi, barattando il diritto all’autonomia ed all’autodeterminazione della vita con un’angusta, isolata e fragilissima bolla individuale di confort.

 

 

Questo virus, in quanto incubato nella febbre mondiale per concorrenza e razzismo, aggrava isolamento e diffidenza verso l’altro, anaffettività ed atomizzazione fino all’estinzione, con l’idea di interdipendenza e prossimità sociali, anche del prossimo…

Coscienti delle ragioni di attenzione verso la salute di tutti, alziamo tuttavia la guardia verso un sistema volto al controllo sociale e al mantenimento di uno status-quo, di una normalità che non ci piace.

In quest’epoca di capitalismo della sorveglianza, di poteri economico-tecnologici privati totalitari che si fanno scudo e beffa della formalità democratica, di squilibrio globalizzato, di prove d’arresto domiciliare planetario,

crediamo occorra guardare

a questo evento (naturale, artificiale e artificioso insieme!) anche come cartina di tornasole, come catalizzatore, come epifania, come esplosione che squassa la normalità borghese e farà sì, in un verso o nell’altro, che nulla sia più come prima.

Esso è anche contrappasso dell’auto-narrazione giovanilistica, maschia, dominatrice, patinata, onnipotente, indistruttibile del capitale.

Il rallentamento nella produzione dei beni evidenzia anche quanto non siano universalmente accessibili e quanto siano inquinanti e assai spesso inutili.

La quarantena forzata, la crisi nella retribuzione (sulla quale torneremo) e il parziale blocco delle consegne a domicilio costringono anche a ridimensionare universalmente shopping e compulsività consumistica, portando ciascuno a riconsiderare la propria dieta di vita e le proprie priorità.

La forzata, per quanto fuori tempo massimo, decrescita industriale ha dimostrato in 2 mesi la fondatezza delle teorie complottiste sul cambiamento climatico, abbattendo i livelli di PM10 nelle principali megalopoli mondiali.

Il disumano nostro rifiuto delle bagnarole cariche di poveracci migranti viene sperimentato oggi anche dai pasciuti turisti d’occidente, impossibilitati a sbarcare dalle loro faraoniche navi da crociera nei paesi, esotici ma poveri, spesso patria di quegli stessi migranti, perché considerati a loro volta “untori”.

L’internazionalismo del virus si fa beffe di muri, cinture di sicurezza, interruzione di trasporti, controlli di frontiera, ed evidenzia l’ineludibile interdipendenza di uomini e risorse, sostanziando la necessità nei fatti di rivedere il modello organizzativo concorrenziale-privatistico, nel macro (riconversione e redistribuzione) come nel micro (solidarietà e collettivismo), rendendo attuale e necessaria l’utopia, poiché la normalità è il problema. Alla faccia di protezionismi e barriere, ricorda agli stessi affaristi gli svantaggi della delocalizzazione selvaggia e della segmentazione della filiera produttiva, quando un imprevisto inceppa la mobilità delle merci e l’ubiquità dei prodotti.

 

La forzata riflessione collettiva sul necessario, sul superfluo e sull’impagabile, e sulla mutua dipendenza anche solo relazionale è critica viva nell’epoca dello sgomitìo bulimico e dell’accaparramento insensato.

 

L’opulenta Fortezza Europa, dietro i pelosi proclami di facciata, si trova oggi a dover decidere su quale paradigma puntare, se seguire il rigore e disgregarsi, oppure ripensare i propri fondamenti politici. Essa si vede costretta, in tale frangente, dopo indegne condotte razziste, ad accettare aiuto dai vituperati cinesi, dai sozzi albanesi e da quei comunisti dei cubani.

 

Può dunque l‘attuale circostanza essere anche occasione per ridare forza ai movimenti che negli ultimi 40/50 anni hanno tentato di bloccare il capitale, boicottare la produzione, alterare la frenesia consumistica?

Può l‘attuale circostanza dare perfino una mano in questa direzione?

Non lo sappiamo!

Certo è però che, come per l’ipnosi nella psicanalisi, il rinvenimento del trauma è inutile senza la partecipazione cosciente del paziente, senza cioé che il processo venga vissuto consapevolmente, così ci pare di dover fare i conti con le nostre paure, di dover guardare con interesse alle contraddizioni che si presentano, a chi si rivolta, oltre ogni previsione sistemica, contro l’inumanità e l’invivibilità del futuro che ci stanno approntando.

Gli ultimi, i paria, gli esclusi, i dannati, i poveri – e la crisi economica che già precedeva il virus, al netto delle pallide misure di sostegno al reddito, dilanierà trascinando intorno alla soglia di sussistenza anche le fasce sociali medio-piccolo borghesi-, le grida dei più esposti richiamano al destino comune del corpo sociale, i carcerati alla dimensione cripto-totalitaria delle istituzioni, gli operai alle esigenze dittatoriali ed impietose della produzione, gli espropriatori nei supermercati all’iniqua accessibilità dei beni…e siamo solo all’inizio……..

Nessuna casa, nessuna terra può essere sicura, senza l’unica garanzia della mutua felicità….basta muri, un futuro abitabile per tutte e tutti…e, usciti dalle tane, dall’isolamento e, speriamo, dalle nostre stesse paranoie, domani starà a noi.

 

NO VOLVEREMOS A LA NORMALIDAD

PORQUE LA NORMALIDAD ERA EL PROBLEMA

OGGI, PRIMO DI APRILE ALLE ORE 17.59

UN MINUTO DI SILENZIO PER QUANTI HANNO PERSO LA VITA

E QUANTI SONO SOSPESI IN ATTESA DI RESPONSO

ALLE 18.00 IN PUNTO

STRISCIONI E BATTITURA CON COPERCHI E PENTOLE

IN SOLIDARIETÀ AGLI STIPATI NELLE CARCERI

 

 

Franti – https://franti.noblogs.org/

 

Milano, 1° aprile, 2020

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