Civil Conservation Corps (CCC)

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 L‘educazione al lavoro, dove con lavoro si intende attività comandata più o meno retribuita, è uno dei pilastri dei sistemi sociali moderni.

Una società basata sullo sfruttamento del lavoro non può che erigere quest’ultimo a più alto valore morale.

È necessario instillare sin dalla più giovane età il principio secondo cui è attraverso il lavoro che si guadagna non solo la pagnotta ma il proprio posto nel consesso sociale, e poco conta di che lavoro si tratti, di quali che siano le sue finalità. Il consenso al concetto di lavoro come attività disciplinata, è una condizione imprescindibile per garantire la stabilità delle società basate sullo sfruttamento.

Da qui l’elogio dell’uomo/donna operosi, la carriera come viatico del miglioramento della posizione sociale. La cicala canterina è destinata a morire nell’inverno freddo a differenza dell’industriosa formica.

Nei momenti di crisi, quando la disoccupazione è molta e i lavori sembrano pochi, è più difficile sostenere le virtù del lavoro senza rischiare di seminare un senso di frustrazione generale, i cui esiti potrebbero essere i più inaspettati e pericolosi per la pace sociale.

Non vi è altra via che intervenire per rinsaldare il sentimento di affezione al lavoro in chi, disoccupato, lavoro non ne può trovare, perché non ce ne è.

Nello scritto di Mattick che segue si descrive l’intervento in tal senso dell’amministrazione americana come risposta alla enorme quantità di inoccupati / inoccupabili figli della grande crisi del 1929. A noi chiederci il senso di tutte le attività lavorative gratuite proposte / imposte oggi a giovani e meno giovani, dai tirocinii, al volontariato di expo, dall’alternanza scuola lavoro, al lavoro gratuito degli immigrati…

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Come tutti i buoni americani, Roosevelt odiava il dole inglese, cioè il sussidio in denaro ai disoccupati nel quale era degenerato un sistema limitato di assicurazione contro la disoccupazione. Un passaggio inevitabile dall’assistenza al sussidio in denaro minacciava di introdurre il dole anche in America. Questa situazione, psicologicamente distruttiva, poteva essere impedita legando il sussidio al lavoro: da tale collegamento fu caratterizzato l’intero piano del New Deal in favore della disoccupazione. La prima Civil Work Administration (CWA) inventò lavoro “in nome del lavoro” per dare ai lavoratori un esercizio e un addestramento regolari che permettessero loro di essere in buone condizioni quando il mondo degli affari ne avesse avuto nuovamente bisogno. “Il fatto che un gran numero di cittadini si stia disabituando al lavoro”, si diceva, “e l’impossibilità di abituarvi i giovani, è fonte di massima sollecitudine nei responsabili della politica sociale. Si deve ristabilire l’antica riprovazione contro l’infingardaggine, quella riprovazione che aiutò il Paese a raggiungere il suo sviluppo, fino a quando un’offerta crescente di lavoro non possa essere accolta da tutti con entusiasmo”  [E.E. Calkins, The Will to Recovery, in “Current History”, agosto 1935, p. 454].

I giovani, in particolare, dovevano essere sottratti all’influenza distruttiva della combinazione di ozio e desiderio. A tal fine, i Civil Conservation Corps (CCC) cominciarono a collocare i giovani dai 18 ai 25 anni in campi di lavoro e ad assumerli in cambio di alloggio, e pochi spiccioli per piantare alberi, per costruire strade secondarie, strade ferrate, e dighe, e per frenare l’erosione del suolo. Sebbene la forma di assistenza dei CCC fosse la più costosa, essa era la sola che trovasse la generale approvazione, poiché, come affermò il direttore dell’operazione, R. Fechner, “i 2.300.000 giovani addestrati nei campi CCC, fin dall’inizio, nel marzo 1933, erano preparati per circa l’85 per cento alla vita militare e avrebbero potuto essere immediatamente trasformati in combattenti di prima classe”  [“The New York Times”, 2 gennaio 1938].

La produzione indotta dal governo divenne produzione di armamenti: negli Stati Uniti essa assunse la forma di un ampio programma navale. Lo scoppio del conflitto mutò l’America in “arsenale della democrazia”, ma la sua entrata in guerra le fece superare la crisi e raggiungere lo scopo della piena occupazione. La morte, la più importante di tutti i seguaci di Keynes, regolava il mondo ancora una volta.

[Paul Mattick, La grande crisi e il New Deal, in R. Drinnon, R.C. Edwards, D. Green, P. Mattick et al., Due secoli di capitalismo USA, a cura di Nico Perrone, Dedalo, Bari, 1980, pp. 215-260 [il testo intero è in “ Paul Mattick Archivio” (http://paulmattickarchivio.blogspot.it/) e sul sito di “Connessioni” (https://issuu.com/connessioni/docs/newdeal).]

febbraio 2017

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Appunti (scarabocchiati) di Franti per le lezioni sui dispositivi (lato A)

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Corrono

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Corrono. Venti/trentenni quadricipiti torniti, agili spingono il pedale, lesti alla svolta, attenti a cogliere l’attimo del sorpasso, del vuoto che si crea nel traffico cittadino, per infilarvisi.
Par di vedere quei ciclisti newyorkesi, capaci di mirabolanti performances sul loro mezzo, decisamente il più veloce nella jungla d’asfalto. Taluno si dota d’un motorino, ma occorre pur sempre metter miscela e, poi, fare i conti della giornata.

Corrono, corrono a soddisfare l’appetito della città frettolosa. Un click su un’app li mette in moto verso fornitori e destinatari.

Foodora, Just-it, Deliveroo, sono attualmente le agenzie che gestiscono questo traffico moderno. Non forniscono i classici strumenti contrattuali d’un tempo; tutto è più veloce, moderno appunto, e lo stesso click è sufficiente ad escludere, a ‘licenziare’, si sarebbe detto allora, senza fastidiose conseguenze.
È la filosofia del tempo, quella del lavoro precario e flessibile, del jobs act, quella del lavoro gratuito di Expo o dell’alternanza scuola-lavoro della ‘buona-scuola’. La filosofia che mira a farti sentire il ‘valore’ del lavoro, a fartelo vivere come una fortuna, non come una condanna, quale è. La battaglia che conduce questo moderno padronato non è solo sulle nuove condizioni di lavoro, è soprattutto sul ‘valore’ da attribuire al lavoro.

A Torino si trovano, si conoscono e ri-conoscono, e, nonostante la minaccia dell’esclusione dalla app, danno inizio ad un percorso collettivo di rivendicazione dei più elementari diritti: salario, contratto che garantisca ferie e malattia, tutele dalle rappresaglie dell’azienda…

Stupiti (quasi) nel raccontare le miserabili condizioni che li fanno sfrecciare per la città, si devono persino giustificare per averlo scelto, quel lavoro, e dopo averlo scelto di averlo trovato stretto. Si scopre (di nuovo) che non vi sia nulla di strano nel definire sfruttamento un rapporto di lavoro, che sarebbe tale anche in presenza di un contratto a tempo indeterminato. Perché mai il padrone si avvarrebbe dei loro servigi se non per sfruttarli e ricavarci profitto, ricchezza? E che c’è da stupirsi di chi ‘sceglie’ un lavoro da sfruttato? E’ un’opzione possibile questa? O l’unica possibilità?

E tuttavia il gruppo cresce, scopre la forma dell’autorganizzazione, rompe il silenzio, viola l’assunto che la parcellizzazione del lavoro impedisca le azioni collettive, si fa catalizzatore di movimento ed attenzioni. Da Torino si muove a Milano, gli occhi guardano la Germania, la sede centrale. Anche là il trattamento è dello stesso tipo, è la globalizzazione.

Stupiti (forse), ma per nulla inconsapevoli, chiedono l’impossibile: “un contratto nazionale”. Nel mondo della precarietà e della servitù volontaria questa richiesta si legge come una provocazione.
Ma come, non siamo per le trattative individuali? La differenziazione su piccola scala? Già a Milano i loro colleghi prendono un po’ di più, e forse anche tra loro ci sono scale di diversificazione più fini.

Hanno saputo radicarsi, raggiungere una certa ‘massa critica’ e la giocano nel rapporto di forze. Devono fare in fretta, e chi li guarda dovrà fare in fretta a prendere l’esempio prima che qualcuno trovi l’antidoto o li faccia tacere.

Alcune professioni si basano sul profitto che si ricava dal lavoro degli altri. Il politico, il giudice, il sindacalista a tempo pieno(1)…. Da questi dovranno guardarsi con cura, usarli se serve, senza rinunce del proprio vissuto autorganizzato e mantenendo la loro autonomia progettuale. Gli diranno che non si può, che non si fa così, che è incompatibile e avranno ragione, l’incompatibile è (per ora) la loro meta.

Così come gli studenti, che si son rotti del teatrino della protesta mediata, dell’occupazione concordata, che sanno che quel che li aspetta da grandi sarà di inforcare un biciclo per fiondarsi nella città trasportando cibo o oggetti di varia natura, e che sanno che quel che potranno scegliere allora sarà se farlo per un soldo di cacio o per operare una rivoluzionaria trasformazione, sarà bene che prendano esempio, si conoscano e ri-conoscano sin da ora. Chissà mai che non insegnino qualcosa loro a quei maestri spesso già stanchi prima ancora di incominciare.

 

(1) D’altre professioni, quali il manager e il poliziotto, sarebbe meglio facessero a meno.

Franti ottobre 2016

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