Scaletta cobras

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un contributo con gli occhi al passato che viene dalla recente vicenda Cobas scuola Milano [a.k.a. Cob(r)as] per una possibile riflessione su conflitto e sindacalizzazione

PER UNA SCALETTA SU PERCORSI CONFLITTUALI NELLE SCUOLE MILANESI.
QUI IL PERCORSO CHE HA RIGUARDATO NOI.

In premessa

  • Ogni racconto, ogni narrazione contiene un dato di ‘soggettività’, una ‘memoria parziale’.

Tentando una scansione dei tempi

  • Ci pare di poter individuare, nella ‘nostra’ storia un crinale che traccia una, almeno parziale, differenza tra un prima e un dopo. Collochiamo questo crinale attorno al 2000, con l’apertura milanese d’una sede cobas e l’inserimento nostro nei ‘Cobas istituiti’.
  • Siamo tuttavia altresì convinti di poter riscontrare, tra quel prima e quel dopo, anche una linea forte di continuità, nel metodo, con le esperienze che precedettero quel momento: fino ad oggi, tempo in cui un altro passaggio abbiamo ritenuto necessario.

È nella contraddizione appena descritta che si situa la nostra storia, anomala, difforme e dissimmetrica, di sedici anni nei-accanto-in conflitto-con i ‘Cobas istituiti’.
Per capire questa contraddizione occorre riandare:

  • alle esperienze di lotta autonoma di fine anni Settanta, alla loro caratteristica, al
  • metodo che ci hanno trasmesso,
  • al movimento di metà anni Ottanta,
  • alle esperienze pluridecennali di assemblee con raccolta di firme nelle scuole,
  • alle restrizioni successive fino all’annullamento d’ogni spazio,
  • al tentativo referendario per limitare lo strapotere dei confederali,
  • alla critica all’idea delle RSU,
  • alle ambiguità della sinistra CGIL
  • alla totale assenza di ‘diritto’ di parola nei luoghi di lavoro fuori da ogni sindacato.

Da questo insieme di gelosa esperienza nostra e di imposizione dall’alto delle regole del gioco nascevano i ‘cobas scuola Milano’, che hanno portato con sé contraddizione e anomalia cobras…


ESTRATTI DA DOCUMENTI DI ANNI RECENTI, INTERNI ai ‘cobas scuola milano’

La forma-sindacato
Noi abbiamo scritto che i cobas adottano anche la forma-sindacato, come necessità imposta.
È noto, le imposizioni di cui parliamo vengono dalle regolamentazioni e limitazioni dei “diritti” <concetto peraltro ambiguo, che meriterebbe piuttosto d’esser sottoposto a critica> nei luoghi di lavoro, a cominciare dall’indizione dello sciopero o dell’assemblea in orario di lavoro.
È, questo, uno degli aspetti che discendono, in realtà, da una forte regressione della conflittualità sociale e nei luoghi di lavoro, in ultima analisi della forza conflittuale di classe, da trent’anni a questa parte.

Non per il fatto, però, che sia accaduto tutto ciò, vogliamo gettar via anche la bussola.

Così aggiungiamo: noi utilizziamo la forma-sindacato, non l’abbiamo “sposata”, non nel senso d’averla fatta divenire
sindacalismo di professione, né “rappresentanza”. Siamo piuttosto restati contrari a meccanismi di delega. Utilizziamo
quella forma per tentare di tenere aperti degli spazi e non pensiamo affatto, nonostante ne vediamo le derive, che
quella stessa adozione possa deprivarci di senso, contenuti e volontà politiche e culturali, inscindibili dall’azione
sindacale. Come singoli lavoratori nei singoli luoghi di lavoro e oltre. Nessun dualismo per noi.
….
…….
Cosa siamo. Un “collettivo” ? Dei “sindacalisti” ?

Né l’una, né l’altra cosa.

La nostra costante attenzione …, è stata quella di restare ancorati all’idea, e alla pratica, che quei “diritti” <quegli spazi> debbano essere affermati come dei “lavoratori”, abbiamo sempre detto, non dei sindacati, si chiamino o no, questi ultimi, “Cobas”. Questo non ci ha impedito, nelle condizioni date, di accettare, come necessità imposta, di utilizzare lo strumento che ci siamo dati.

<Un inciso. Dovrebbe fin qui già esser chiara la distinzione che tracciamo tra “lavoratori” e “burocrazie sindacali”, vecchie o nuove. Ma precisiamo anche un altro aspetto: diciamo “lavoratori”, non perché amiamo la coazione al lavoro, tanto meno per farne un feticcio, piuttosto per semplice presa d’atto d’una condizione di subalternità di classe e di sfruttamento che non riguarda certo solo noi, né solo quelli che un lavoro ce l’hanno… e che pone comunque e sempre la questione del conflitto, verso Capitale&Stato, nelle diverse forme che storicamente si rendono possibili>.

…….

ci pare che gli anni Settanta, anni che pure hanno formato molti di noi -compresi gli attuali “capi” dei cobas…- non possano esser messi in cantina così, come se non se ne avesse più necessità di comprensione e riflessione, se non altro, ma non solo, perché si vede come taluni di quei “capi”, formatisi e attivi all’epoca, incidano oggi, nel nostro
presente.

Dunque veniamo – almeno alcuni di noi- anche dagli anni Settanta e li portiamo interamente con noi, senza ombre di pentimento. E poi, come sarebbe mai possibile, anche per i più giovani, pensare di poterne esser fuori del tutto?

……..

Veniamo, i più vecchi tra noi, anche da successive esperienze, dall’onda lunga di quegli stessi anni Settanta: dagli scioperi e blocchi ad oltranza indetti dalle assemblee di movimento nella scuola (dall’aula 101 della Statale, poi da via Scaldasole) fino e oltre la metà degli anni Ottanta. Dalle esperienze ventennali, tra la fine dei settanta e quella dei
novanta, delle assemblee autogestite in orario di lavoro. Dalle raccolte di firme, tra noi lavoratori appunto, senza sindacati, per indirle.

E intanto la produzione di giornalini, fanzine… e con essi anche il tentativo di recuperare un difficile sorriso -contro la dura realtà di tanti, troppi compagni rinchiusi, fuggiaschi, o persi per sempre- con l’ironia, l’autoironia (“Il Ruggito del Topo”, “Bevilo Caldo”, “Fuori Registro”…), sempre comunque con forme di autonomia/autogestione…

I cobas arrivarono solo alla metà di quel ventennio (negli anni ottanta), la critica della delega divenne allora di massa, ne fummo protagonisti e non interrompemmo, anzi rilanciammo qui a Milano, proprio l’esperienza della raccolta di firme e delle assemblee autogestite nelle scuole. E fu la volta anche dei cobRas, i Ribelli… (altrove i Cattivi Maestri) che gettavano in avanti il seme della critica…

…..

E quando, nel 2000, si aprì una sede cobas, pur dovendo affrontare le restrizioni dell’agibilità politica e sindacale nelle scuole, portammo con noi, con modalità analoghe di funzionamento, la pratica assembleare del mercoledì, avvertendo sempre l’esigenza forte della partecipazione diretta e di una critica determinata nei confronti delle diverse
forme della delega.

Per spiegarci meglio: nella nostra storia non abbiamo mai affidato ad una sigla, a un sindacato i “diritti”, gli spazi politico-sindacali. Finché abbiamo potuto, forzando le regole abbiamo dato luogo alla pratica dell’obbiettivo e senza sigle né burocrazie.
Impedivamo di fatto l’accesso nelle scuole ai sindacalisti d’ogni specie, e, disposti a cerchio -passateci la puntualizzazione, ma neppure le forme sono casuali-, discutevamo di tutto e ci confrontavamo su tutto.

Appunto, discutevamo di tutto, alla luce di un’identità che non era certo solo di ”categoria” e non abbiamo smesso di farlo…

Ora, sapere che oggi non si dà più che un’assemblea di movimento si faccia promotrice d’uno sciopero (nonostante Oakland…), o che la stessa pratica della raccolta di firme è andata perduta -o quasi?- anche nelle scuole (più o meno dalla fine dei Novanta, con le restrizioni aggiunte da Berlinguer), o eventualmente dire che non ha avuto esperienze
analoghe in altri settori -altre forme, e altrove hanno magari avuto medesimi significati-, non equivale a pensare che si debba cambiare idea, né che sia giusto farlo, circa il significato che assegnavamo e assegniamo all’ampliamentodegli spazi politici e sindacali (meglio che dire “diritti”) per cui lottavamo e lottiamo, o circa le modalità prescelte per il nostro funzionamento, o, infine, circa il quadro sociale di riferimento -non solo di “categoria”-

Diremmo piuttosto anche che non è il caso di cambiare idea circa il senso ultimo del nostro agire, che non è quello di costruire burocrazie, sindacali o politico-sindacali, delegate.

<Perché, se dei limiti dobbiamo individuare oggi, quelli risiedono nell’incapacità globale del cosiddetto sindacalismo di base (questa sua forma tanto centralizzata nella sua organizzazione interna quanto frammentata e divisa nel suo complesso), noi inclusi, di cogliere, coordinare e valorizzare i diversi momenti di conflitto reale che i diversi spezzoni della classe sviluppano. Ciò che avviene invece è che ciascuno pensa al proprio ombelico organizzativo…>

……

Considerazioni analoghe, circa cioè il modo d’intendere i cobas, valgono anche per ciò che costituì la loro nascita, la loro più intima e vera essenza, come movimento conflittuale, come rifiuto del sindacalismo di professione e del funzionariato, come rifiuto della rappresentanza.

Ridurre quell’esperienza a pura “organizzazione sindacale” è cosa, proprio per le forme della “rappresentanza” che assume, per nulla diversa da ciò che altri fanno: per esempio l’imporre -o il subordinarsi, a seconda delle parti- l’ineluttabile necessità d’un portavoce stabile, nazionale o locale, sindacale o politico-sindacale non fa differenza.

Inevitabilmente, nell’uno e nell’altro caso, qualcuno si farà di fatto segretario, dominus, e a quella taciuta o confessata definizione aggiungerà, con plateale ossimoro, di base.
L’invarianza di queste figure non è forse già contenuta nel virus a poco a poco iniettato della “rappresentanza”? Non è forse il suo semplice corollario?

In entrambi i casi si impoverisce, si sterilizza la potenza che fu dei cobas, ci si rivela incapaci d’interpretarne la forza.

….

“Valori fondanti”: siamo lavoratori autorganizzati

Percepiamo noi stessi, nei fatti siamo, “lavoratori autorganizzati”, mica “rappresentanti” di qualcuno, né “sindacalisti”, con tutto ciò che consegue, anche e specialmente in termini politici, ad una seria critica della delega, alla critica sovvertitrice della rappresentanza.

…..

Noi non abbiamo “aderenti”, né “base” da “rappresentare” o Governare, che è poi la stessa cosa. Noi siamo la base e non siamo affatto in cerca di vertici. Siamo “lavoratori autorganizzati”: è il metodo adottato a definirci così.

Il nostro funzionamento

La nostra modalità di confronto e decisione si fonda sulla partecipazione diretta.

Non è un caso che abbiamo inserito da sempre, nell’intestazione dei nostri volantini, l’appuntamento del mercoledì.

Anche da 11 anni a questa parte, cioè da quando pure si sono fatte le iscrizioni e si è aperta una sede, questo è stato il metodo utilizzato: pochi o tanti che si sia stati, l’assemblea del mercoledì è rimasta il momento stabile in cui trovarsi.

Non v’è mai stato altro criterio per definire i cobas della scuola, e quando abbiamo assegnato dei compiti, lo abbiamo fatto solo con questa certezza alle spalle.

………..

Piaccia o no, il peso da noi assegnato all’iscrizione è rimasto per noi secondario.

Abbiamo trattato con gli altri lavoratori alla stessa stregua, che fossero iscritti o no. Certo, non abbiamo disincentivato l’iscrizione, ma nemmeno ne abbiamo fatto la centralità, tanto meno il simulacro.
È quanto ci ha permesso, perlopiù nel bene, di essere percepiti diversi da tutti gli altri.

Non ce lo nascondiamo, lo sforzo che comporta questo modello di funzionamento è enorme: abbiamo abitualmente trattato materia “sindacale”, ma in genere risultato di conflitti, individuali o di scuola; abbiamo inteso la “consulenza” come scambio continuo con chi partecipa all’assemblea settimanale, ma anche in altre molteplici forme; abbiamo fornito difesa, anche legale, del singolo o dei tanti. Ci si possono imputare carenze, ma solo se ci si interpreta come “sindacalisti”, soggetti cioè delegati per-definizione a fare quel mestiere.

……………..
compagn* in comunanza cobras

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Dialogo tra Franti e Garrone

Dialogo tra Franti e Garrone

[Uscendo da scuola, Franti e Garrone si fermano un po’ a parlare.]

 

Franti Ehilà, ronegar,1 ti vedo provato.

Garrone – Ciao, fra’. Provato è dire poco, sono a pezzi!

Franti – Fai bene, ronegar, qui non funziona più niente, compreso te 🙂

Garrone – Tu scherzi, ma la situa è seria, non sai più dove puoi camminare, come ti devi mettere, dove stare… Si entra a scuola con la mascherina, qualche prof te la lascia togliere e qualcun altro no, segni con le braccia aperte come un aeroplanino le distanze dai tuoi compagni, non si può mangiare in piedi. Durante la lezione non posso guardare Stella ché se no le nostre rime boccali si avvicinano troppo. (Troppo? Troppo poco, dico io!)

Franti – È vero, cosa fare non lo sa nessuno. Partiamo sempre dal principio di stare attenti, muoverci con cautela, proteggere se stessi e soprattutto gli altri, soprattutto i più deboli e quelli più a rischio… ma questo tu già lo fai, è praticamente l’unica cosa che fai, Garrone! [e ride] È difficile, e si rischia di farsi fregare.

Garrone – Difficile? Impossibile! Fortuna che c’è internet, con l’educazione a distanza. Noi facciamo i turni, metà a scuola e metà a casa. Ognuno col suo pc, così non ci assembriamo.

Franti – Non farmi ridere, ché poi arriva qualcuno a ricamarci sopra! Il problema delle classi strapiene c’era da mo’. E non solo le classi: abbiamo sempre viaggiato su treni e bus stipati come polli in batteria, non ce ne eravamo mai accorti? Perché lo sopportavamo? Perché? Riflettici, è interessante. E le strutture, poi… Perfino la carta da culo mancava, altro che “nuove risorse per il diritto allo studio”! E vogliamo parlare di maestri e professori? Possibile che nessuno si accorgesse che il corpo insegnante veniva tirato fino al camposanto, a smarrire anno dopo anno il sentimento d’insegnare qualcosa di realmente significativo? Da molto tempo la scuola altro non faceva che trasmettere delle banalità, et voilà, c’est la débâcle, che in francese significa: e adesso, è la disfatta. L’occasione è adesso.

Garrone – Ma che stai a dire? Io non so da che parte girarmi. Che significa l’occasione è adesso?

Franti – Ascolta, ronegar. Ti chiedo di fare una cosa che, magari, all’inizio pare difficile. Chiudi gli occhi, respira a fondo, prova a capire dove sei finito, sfòrzati, fatti una tua opinione p r e c i s a su quanto è accaduto e sta continuando ad accadere, parlane con i tuoi compagni e, poi, datti una smossa. Nessuno ti porterà fuori di qui. Parola di Franti! E, allora, sii serio, per una volta, ripensa a tutte le cose che non andavano già prima, a quelle che ti hanno fatto male, e discutine con i tuoi amici. Poi, steso l’elenco, che sarà lungo, respirate di nuovo profondamente e andate avanti, liberi, forti e creativi. Questo posto non esiste più.

Garrone – Come non esiste più? E cosa significa andate avanti? Avanti dove?

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’CARO AMICO TI SCRIVO…’, / Come una lettera-volantino

In accordo col suo primo estensore, facciamo nostro un testo che ci è piaciuto

QUATTRO MILIONI ”AL LAVORO !”, come se niente fosse. AL LAVORO, CHE STAVOLTA COMINCIA A SEMINAR MORTE GIÀ NELLA BAILAMME DEI TRASPORTI, rimessi in marcia per il “Parco Umano”…

’CARO AMICO TI SCRIVO…’, / Come una lettera-volantino :
” ” INTANTO, ASPETTA… Non accettare — per ‘nostalgìa di te’, della TUA vita che è la TUA, perché TUA — il nuovo UKAZ*, ‘Bolla’, ‘diktat di FINE-CONFINO”.
||||| QUATTRO MILIONI, ”AL LAVORO !”, come se niente fosse.
AL LAVORO, CHE STAVOLTA COMINCIA A SEMINAR MORTE GIÀ NELLA BAILAMME DEI TRASPORTI, rimessi in marcia per il “Parco Umano” che ”deve rimboccarsi le maniche” e lavorar duro, più intensamente, più a lungo, per ”recuperare”, ”riaccendere i motori dell’Economia”, inquinare, devastare, estrarre, spremere, avvelenarsi e avvelenare peggio…
||||| NIENTE, COMUNQUE, SARÀ, POTRÀ ESSERE, ‘COME PRIMA’ : SE OTTEMPERI STAVOLTA, SARÀ MOLTO PEGGIO. ”Costretti a sanguinare”, chi e chi e chi…, ‘a ciascuno il suo’.
||||| SCIOPERA, AMICO, SCIOPERO A TITOLO UMANO, comincia per almeno qualche giorno. GESTO — se non ora, quando? — ANCHE DA SOLO. Poi si vede. CHI È DELLA RIVOLTA, COME PUÒ NON FARLO, come si fa… BOICOTTA, amico, SABOTA, SCIOPERA ALMENO OGGI, intanto, CONTRO IL DECRETO CHE INGIUNGE IL RITORNO AL LAVORO COMUNQUE ! ||||| Contro il programmato rilancio del diagramma dei contagî, e col ”danno collaterale” previsto, messo in conto, di morti atroci di ”inattivi”, scarti, esuberi della vita. Morti per fame d’aria come asfissiati annegati in un orrido ‘water-boarding’, e in incubo di nebbie, di qualcosa che evoca il ”polmone d’acciajo”, di agonie doppiate da panico, lunghe come un Inferno…
||||| Il Lavoro NON libera. La ”libertà di lavoro” in questi giorni la brandiscono e reclamano gli ultraliberalnazistoidi supremacysti WASP negli USA, brandendo i fucili in nome del ”secondo emendamento”…
||||| Trattieni, amico mio, il pulsionale riflesso ”umano, troppo umano” a ”riprenderTI la TUA libertà” — fantasma, simulacro fallace di libertà. ……………………………………….. (Continua)

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KORONAVIRUS

La presente circostanza:

ci addolora per il carico di dolore e di morte che porta con sé;

ci addolora perché si accanisce, come spesso accade nel disastro, sui più deboli, sugli anziani, sugli ultimi, sui non-tutelati, e perché alimenta, in parallelo, l’immaginario cannibalista dell’ipocrita -dopo anni di sacra privatizzazione e meschino risparmio sul welfare- impossibilità di curare tutti;

ci addolora perché, nell’eterno olimpico presente asettico della connessione, alimenta la paura della corporeità, la diffidenza verso i desideri naturali ed animali, riorientandoli tout-court al consumo compulsivo di merci;

ci addolora per lo sdoganamento nell’immaginario della paura come sentimento usuale, sano, universale e fondativo delle esistenze individuali, da rivendicare a scapito di ogni forma residuale di coraggio e di dignità, e del conformismo idiota ed egoista che la garantisce;

ci addolora per l’assuefazione al paternalismo di cui s’ammanta l’autorità, che traveste i suoi apparati repressivi di buonismo accudente e di severità lungimirante rispetto all’infantilismo di un popolo incapace di intendere e di volere (questo è il moderno populismo, un’espropriazione del potere dall’alto!), e che sfrutta il panico per sperimentare forme di tutela consenziente che sanno di servitù volontaria e di coprifuoco planetario;

ci addolora per l’assunzione acritica del notevole surplus di controllo che viene legittimato dal metodo emergenziale (già in precedenza abbondantemente rodato come misura di gestione ordinaria deregolata nella produzione come nell’ordine pubblico), e con essa l’implicita adozione del modello sotteso, gerarchico, classista, patriarcale, accentratore, burocratico-legale, tecnocratico ed assoluto/assolto da ogni vincolo di mandato, nella sospensione di diritti la cui agibilità sostanziale era già prima stata mutilata a morte;

ci addolora per l’abuso interessato (per inquadrare un evento pur nefasto, ma sempre inscritto in quell’ordine naturale delle cose che noi abbiamo sconsideratamente contribuito a sconvolgere) della retorica militaresca e patriottarda, tutta inni e tricolori, trincee e prime linee, per simulare un’unità nazionale e un’alleanza fra produttori che mascheri la violenta offensiva ormai ventennale del capitale contro il lavoro e l’ambiente, nonché della sovraesposizione mediatica per forze armate e dell’ordine, lifting propedeutico al loro collaudatissimo e venturo impiego per contenere le crescenti tensioni sociali e all’occupazione de facto (come in un golpe) delle strade;

ci addolora per la consapevolezza che le attività produttive di piccole dimensioni verranno triturate dal blocco delle attività e dalla quarantena, a tutto vantaggio delle grandi catene di produzione e distribuzione, e che la forbice rispetto al tenore di vita fra un’esigua minoranza di famiglie ricchissime e la stragrande maggioranza della popolazione si allargherà drammaticamente;

ci addolora per la colonizzazione che i media e il loro linguaggio (misto di morbosità voyeuristica e pornografia emotiva, smemoratezza e lacrimoni facili, esaltazione di gesti e figure quotidiani come eroici, per confermare lo stato di pusillanimità egotica permanente e dissimulare le conseguenze di una ricetta economica ultraliberista rapace e disumana, etc.) stanno operando sulla coscienza collettiva (non solo con fake e infoteinment, ma con la sempiterna reperibilità del telelavoro e la dipendenza dalla realtà aumentata, a fronte della miseria dell’esistente), in modo da ridurre l’opinione pubblica all’assenso qualunquista ed ebete, quando non all’entusiasmo masochista, verso norme e dispositivi liberticidi, barattando il diritto all’autonomia ed all’autodeterminazione della vita con un’angusta, isolata e fragilissima bolla individuale di confort.

 

 

Questo virus, in quanto incubato nella febbre mondiale per concorrenza e razzismo, aggrava isolamento e diffidenza verso l’altro, anaffettività ed atomizzazione fino all’estinzione, con l’idea di interdipendenza e prossimità sociali, anche del prossimo…

Coscienti delle ragioni di attenzione verso la salute di tutti, alziamo tuttavia la guardia verso un sistema volto al controllo sociale e al mantenimento di uno status-quo, di una normalità che non ci piace.

In quest’epoca di capitalismo della sorveglianza, di poteri economico-tecnologici privati totalitari che si fanno scudo e beffa della formalità democratica, di squilibrio globalizzato, di prove d’arresto domiciliare planetario,

crediamo occorra guardare

a questo evento (naturale, artificiale e artificioso insieme!) anche come cartina di tornasole, come catalizzatore, come epifania, come esplosione che squassa la normalità borghese e farà sì, in un verso o nell’altro, che nulla sia più come prima.

Esso è anche contrappasso dell’auto-narrazione giovanilistica, maschia, dominatrice, patinata, onnipotente, indistruttibile del capitale.

Il rallentamento nella produzione dei beni evidenzia anche quanto non siano universalmente accessibili e quanto siano inquinanti e assai spesso inutili.

La quarantena forzata, la crisi nella retribuzione (sulla quale torneremo) e il parziale blocco delle consegne a domicilio costringono anche a ridimensionare universalmente shopping e compulsività consumistica, portando ciascuno a riconsiderare la propria dieta di vita e le proprie priorità.

La forzata, per quanto fuori tempo massimo, decrescita industriale ha dimostrato in 2 mesi la fondatezza delle teorie complottiste sul cambiamento climatico, abbattendo i livelli di PM10 nelle principali megalopoli mondiali.

Il disumano nostro rifiuto delle bagnarole cariche di poveracci migranti viene sperimentato oggi anche dai pasciuti turisti d’occidente, impossibilitati a sbarcare dalle loro faraoniche navi da crociera nei paesi, esotici ma poveri, spesso patria di quegli stessi migranti, perché considerati a loro volta “untori”.

L’internazionalismo del virus si fa beffe di muri, cinture di sicurezza, interruzione di trasporti, controlli di frontiera, ed evidenzia l’ineludibile interdipendenza di uomini e risorse, sostanziando la necessità nei fatti di rivedere il modello organizzativo concorrenziale-privatistico, nel macro (riconversione e redistribuzione) come nel micro (solidarietà e collettivismo), rendendo attuale e necessaria l’utopia, poiché la normalità è il problema. Alla faccia di protezionismi e barriere, ricorda agli stessi affaristi gli svantaggi della delocalizzazione selvaggia e della segmentazione della filiera produttiva, quando un imprevisto inceppa la mobilità delle merci e l’ubiquità dei prodotti.

 

La forzata riflessione collettiva sul necessario, sul superfluo e sull’impagabile, e sulla mutua dipendenza anche solo relazionale è critica viva nell’epoca dello sgomitìo bulimico e dell’accaparramento insensato.

 

L’opulenta Fortezza Europa, dietro i pelosi proclami di facciata, si trova oggi a dover decidere su quale paradigma puntare, se seguire il rigore e disgregarsi, oppure ripensare i propri fondamenti politici. Essa si vede costretta, in tale frangente, dopo indegne condotte razziste, ad accettare aiuto dai vituperati cinesi, dai sozzi albanesi e da quei comunisti dei cubani.

 

Può dunque l‘attuale circostanza essere anche occasione per ridare forza ai movimenti che negli ultimi 40/50 anni hanno tentato di bloccare il capitale, boicottare la produzione, alterare la frenesia consumistica?

Può l‘attuale circostanza dare perfino una mano in questa direzione?

Non lo sappiamo!

Certo è però che, come per l’ipnosi nella psicanalisi, il rinvenimento del trauma è inutile senza la partecipazione cosciente del paziente, senza cioé che il processo venga vissuto consapevolmente, così ci pare di dover fare i conti con le nostre paure, di dover guardare con interesse alle contraddizioni che si presentano, a chi si rivolta, oltre ogni previsione sistemica, contro l’inumanità e l’invivibilità del futuro che ci stanno approntando.

Gli ultimi, i paria, gli esclusi, i dannati, i poveri – e la crisi economica che già precedeva il virus, al netto delle pallide misure di sostegno al reddito, dilanierà trascinando intorno alla soglia di sussistenza anche le fasce sociali medio-piccolo borghesi-, le grida dei più esposti richiamano al destino comune del corpo sociale, i carcerati alla dimensione cripto-totalitaria delle istituzioni, gli operai alle esigenze dittatoriali ed impietose della produzione, gli espropriatori nei supermercati all’iniqua accessibilità dei beni…e siamo solo all’inizio……..

Nessuna casa, nessuna terra può essere sicura, senza l’unica garanzia della mutua felicità….basta muri, un futuro abitabile per tutte e tutti…e, usciti dalle tane, dall’isolamento e, speriamo, dalle nostre stesse paranoie, domani starà a noi.

 

NO VOLVEREMOS A LA NORMALIDAD

PORQUE LA NORMALIDAD ERA EL PROBLEMA

OGGI, PRIMO DI APRILE ALLE ORE 17.59

UN MINUTO DI SILENZIO PER QUANTI HANNO PERSO LA VITA

E QUANTI SONO SOSPESI IN ATTESA DI RESPONSO

ALLE 18.00 IN PUNTO

STRISCIONI E BATTITURA CON COPERCHI E PENTOLE

IN SOLIDARIETÀ AGLI STIPATI NELLE CARCERI

 

 

Franti – https://franti.noblogs.org/

 

Milano, 1° aprile, 2020

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Franti e Sturgis (non) vanno in cortile

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Franti: Bella bro

Sturgis: …

Che hai Sigrut? Che faccia torva, e che ci fai qui dietro la scala?

è che non ci si può più andare…

e dove mai non si può più andare Sigru, ma ce la fai?

in cortile fra’, non vedi, in cortile. Sono ancora li?

quel gruppetto di genitori dici? Già, chissà he ci fanno in cortile, piove persino …

fra’ non sono genitori, quella è la DIGOS!

ah ah ah si, e io sono Robin Hood

è la Digos fra’, te l’assicuro, sono qui per controllare il cortile

il cortile? ma sei scemo fra’, cosa mai interessa alla digos del nostro cortile

è perché si fuma

ma cosa gliene frega alla digos che si fuma? la digos è la polizia politica non la narcotici o la buoncostume, sempre che si possa ritenere malcostume fumare in cortile

e che ne so io, forse c’è un problema politico

si, forse temono la disoccupazione anche loro e creano problemi dove non ce ne sono. Però la cosa è seria, da non prendere sottogamba, fumano in tanti ma sembra che non ne freghi niente a nessuno.

che vuoi dire?

voglio dire che a nessuno frega del perché fa le cose, per divertirsi? per farsi male? per sembrare più grande? per trasgredire? per difendersi dal logorio della vita? Ci sarà un perché.

Sicuramente non per parlarne, non ne parla nessuno.

forse perché si fa così e basta

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To Obey or NOT To Obey

To Obey or NOT To Obey è il fresco papello in sei Quadri di FRANTI, dedicato agli studenti Maturandi dell’anno scolastico 2019/2020 ma che vale anche per gli altri

 

 

Scaricalo qui in PDF  stampalo e fallo tuo 🙂

LODE, incursione frantiana nel Trap

Plaga-SWF
Lode

anche se…

…già lo sai…

«… me lo riprenda ancora una volta, signor Direttore, perché non segua una disgrazia in famiglia, lo faccia per pietà d’una povera donna! – E si coperse il viso con le mani singhiozzando. Franti teneva il viso basso, impassibile. Il Direttore lo guardò, stette un po’ pensando, poi disse: – Franti, va al tuo posto. – Allora la donna levò le mani dal viso, tutta racconsolata, e cominciò a dir grazie, grazie, senza lasciar parlare il Direttore, e s’avviò verso l’uscio, asciugandosi gli occhi, e dicendo affollatamente: – Figliuol mio, mi raccomando. Abbiano pazienza tutti. Grazie, signor Direttore, che ha fatto un’opera di carità. Buono, sai, figliuolo. Buon giorno, ragazzi. Grazie, a rivederlo, signor maestro. E scusino tanto, una povera mamma. E data ancora di sull’uscio un’occhiata supplichevole a suo figlio, se n’andò, raccogliendo lo scialle che strascicava, pallida, incurvata, con la testa tremante, e la sentimmo ancor tossire giù per le scale. Il Direttore guardò fisso Franti, in mezzo al silenzio della classe, e gli disse con un accento da far tremare: – Franti, tu uccidi tua madre! – Tutti si voltarono a guardar Franti. E quell’infame sorrise.»

Edmondo De Amicis
libro Cuore, diario del 28 gennaio

Il giovane Franti, prototipo della contestazione, dà il via, nel 1886 e grazie alla penna di De Amicis, allo scontro con la famiglia. Franti è l’insopportabile agli occhi della borghesia ottocentesca. Mentre questa disegna, nel quadro della recente “unità nazionale”, il perfetto ed imperituro equilibrio tra le classi, lui, Franti, rappresenta l’intollerabile punto di rottura, irrispettoso a tutto e per tutto.

Cuore lo congeda frettolosamente meno di due mesi dopo, nelle pagine del 6 marzo

“Franti dicono che non verrà più perché lo metteranno all’ergastolo”.

Ci penserà Umberto Eco a riabilitarlo con l”Elogio di Franti” nel 1963 dopo che generazioni di studenti avevano appreso su di lui l’odio di classe. E noi, per ora, lì lo lasciamo.

Oggi, ascoltando “Lode” di Plaga-SWF prod. Mosees qualche domanda sorge spontanea.

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To Obey or NOT To Obey / Quadro I

I/le docenti dovrebbero essere i liberi migranti delle culture

 I/le docenti dovrebbero essere, per definizione, i migranti del sapere, i liberi migranti delle culture,

portati ad amare porti aperti, muri abbattuti e babeliche parresie dialoganti e antirazziste. È l’esercizio prima di tutto della dignità umana, non secondariamente di quella professionale, a dare senso alla loro attività; è il rivendicare una particolare attenzione ogni volta che si fa strame di valori fondativi della persona, ogni volta che si tenta l’attacco alle intelligenze e al senso critico, a dare lustro alla loro azione.

Tale dev’essere la concezione di sé, come docente, della professoressa Rosa Maria Dell’Aria, sospesa e decurtata di parte del suo stipendio, per avere permesso ai “suoi” studenti a Palermo di accostare leggi razziali e razzismo d’oggi; tale lo spirito, l’aura di libertà entro cui hanno potuto operare i “suoi” stessi studenti.

Non diversa dev’essere la concezione di sé della maestra Lavinia Flavia Cassaro, licenziata per aver urlato contro la polizia ad un presidio contro le razziste Casapound e Forza Nuova nel 2018 a Torino. Nel 2019 ha perso il ricorso: un’insegnante non può macchiarsi di lesa polizia! Paga perciò il conto proprio ‘in qualità di’ insegnante, non di comune cittadino, e viene licenziata. L’esercizio del controllo dall’alto si estende qui ad un comportamento esterno alla scuola, applicando sulla docente una concezione ‘morale’ statalizzata che evidenzia il controllo sul ‘tipo di persona’, sulle sue idee, ed esaltando nella docenza il carattere di ‘pubblica ufficialità’, per giunta in ogni luogo, non certo quello dei fondamenti di scienza e coscienza!

La vicenda dell’istituto Vittorio Emanuele III di Palermo merita attenzione perché è una vicenda la cui “colpa” è, per il ministero e per le sue ossequiose gerarchie, la libera attività didattica di un’insegnante e lo studio senza guinzaglio di gioventù pensante.
Ci chiediamo: che cosa è un insegnamento che non segni e uno studio che non appassioni e interessi?
Invece il tutto è stato fatto oggetto di occhiute delazioni o di zelanti carrierismi e di sospensioni da insegnamento e stipendio, anziché considerare che questo paese, per esempio, ancora non ha fatto i conti col razzismo.

Svoltosi in campo diverso dal precedente, cioè fuori dalla scuola, qui la prima particolarità già posta in evidenza, è il caso della maestra, cui non è permesso, e a che prezzo!, neppure fuori dai ‘sacri’ muri della scuola, di contestare l’operato della polizia, la quale sempre più spesso non solo si fa unica detentrice della violenza, ma, come nell’occasione, qui la seconda particolarità, opera a copertura di fascisti in tempi in cui lo stravolgimento di senso fa sì che il fascismo sarebbe divenuto solo un’opinione!!!

Quanto succede nella scuola è il riflesso speculare della ristrutturazione del modello societario in atto: è la governance, che prevede la santificazione della superstizione securitaria per blindare il conflitto sociale attraverso la leva dell’emergenza, del verticismo patriarcale e della criminalizzazione di ogni critica o dissenso.

Non possiamo non dirci sodali e solidali con Lavinia Flavia e con Rosa Maria e la “sua” classe.
Non possiamo non dirci ostili agli ignobili provvedimenti disciplinari.
Ciò che occorrerebbe è la loro revoca, ristabilendo formalmente il principio di evidenza e libertà.

Ogni docente e ogni studente dovrebbe rivendicare per sé e per ognuno lo spazio delle libertà e dirsi “colpevole” al pari delle interessate nelle due vicende.
Per parte nostra, si sa, Franti è “Il Colpevole” per antonomasia, dunque siamo tutti e tutte tutt’altro che immeritevoli di tali medaglie.

 

Franti, 24 maggio 2019
https://franti.noblogs.org
franti@inventati.org
@ilFranti

 

Giovedì 8 febbraio @Cox18 (Milano)


Giovedì 8 febbraio 2018
ore 20.30 cena benefit

@ Cox18, via Conchetta 18, Milano

ore 21.30 presentazione dell’irriverente
TRATTATELLO DI ANATOMIA ERGONOMICO-FUNZIONALE CONTEMPORANEA

con la partecipazione del dottor Kaius

In nome dei sempiterni Valori illuminanti et irrinunciabili, sì pilastri della Legge 107 sulla BònaScola, ma anche della sacrosanta volontà bipartisan, consolidatasi nelle ultime legislature, di svecchiare le ormai esangui regole della democrazia formale a favore di un risoluto approdo, che per gli italici costumi suona ritorno, alla dittatura –oggi
rinominata governance –, di Meritocrazia, Selezione, Aziendalismo, Sicurezza, Controllo, Gerarchia, Precariato, Servaggio della gleba e Consumo, qui si mostrerà del miglior uso dei corpi dei sudditi a maggior gloria del sistema-Paese. Per disvelare, e con ciò esemplificare al Lettore (anche grazie
all’ausilio di puntuali tavole anatomiche disegnate a mano da Kaius), le semplici ma assai efficaci risposte che i preclari progressi nella medicalizzazione tecno-logica e nell’impianto di dispositivi di biopotere offrono alle attuali esigenze del mercato globale, ci siamo avvalsi di una delle istituzioni totali che più ha fatto agio alle classi dominanti: LA SCUOLA.

Ai nostri pochi ma scaltri lettori offriamo questo breve papello. Si tratta di un moderno trattato di anatomia comparata, ove la comparazione è tra le funzionalità degli organi anatomici e la loro funzione sociale.
Un mondo teso alla modellizzazione d’ogni sua parte in nome d’una traslucida perfezione non poteva mancare di agire anche sui corpi.
Dopo l’esaltazione della loro mercificazione, le teorie del bello, l’edonismo da sfilata, il martellante succedersi delle mode, la vetrinizzazione del Sé, ecco per la prima volta mostrata, con crudo realismo, la sfera del dominio e della costrizione.

Non temano, i lettori, la durezza di taluni dei dispositivi qui presentati.
Col tempo, ci si abitua a tutto.

Dove va Franti ?

Invio il testo dal titolo “Dove va Franti ?”che costituisce un contributo alla discussione all’interno del gruppo Franti. L’auspicio è che questa discussione possa avviare una riflessione sulle forme dello ‘ stare insieme’ e che possa coinvolgere un numero sempre più ampio di compagni a partire da coloro che , in un modo o nell’altro, hanno incrociato il nostro percorso. A questo proposito mi piace segnalare un testo che ho appena iniziato a sfogliare ma che mi pare si ponga sull’onda dei problemi sui quali da tempo ci interroghiamo.

Il testo così si conclude :

E vinceremo, qui e altrove. Vinceremo anche contro noi stessi. Contro ciò che, talvolta, fa di noi non molto di più che dei tristi amministratori dell’esistente. Vinceremo, , disputando a pietrate pezzi di territorio alla polizia , gettando lampi di luce negli occhi appannati della vita. Producendo il nostro cibo e mettendo in ginocchio un governo. Costituendo forze collettive e condividendo un pezzo di mondo con altri esiliati. Moltiplicando le comuni libere, generando le nostre culture e le nostre storie. Gli spazi in cui queste dieci, mille vittorie possono incontrarsi sono rare. Il notav e la zad sono tra questi. E ne ispirano altri. E’ questa la loro portata rivoluzionaria“.

Collettivo “mauvaise troupe”, Contrade. Storie di zad e notav, Tabor

Dove va Franti ?

“Il carattere distruttivo non vede niente di durevole. Ma proprio per questo vede dappertutto delle vie. Ma poiché vede dappertutto delle vie , deve anche dappertutto sgombrare la strada (…) Poichè dappertutto vede vie, egli sta sempre ad un incrocio. Nessun attimo può sapere ciò che il prossimo reca con sé. L’ esistente lui lo manda in rovina non per amore delle rovine, ma per la via che vi passa attraverso”
W. Benjamin

Franti, verso la metà del libro di De Amicis, sparisce dal racconto, non se ne farà più parola , le voci dicono “che non verrà più perché lo metteranno all’ergastolo”. A noi piace pensarlo invece alla ricerca di un’altra comunità possibile. Un po’ come altri personaggi della letteratura. Come quel Rosso Malpelo che, chissà, forse muore nella cava della rena rossa ma forse trova anche lui la strada per un’altra possibilità, un’ altra forma di vita, magari tra gli spettri che popolano i sotterranei della miniera. In questo sta la forza della letteratura, farci immaginare altri percorsi possibili. Per i personaggi che la popolano, Per noi che leggiamo.

Del resto Franti era incompatibile con l’istituzione, con qualsiasi tipo di istituzione e refrattario a qualsiasi disciplina imposta che l’istituzione, che qualsiasi istituzione, non può non presupporre.
Franti era strutturalmente ‘contro il metodo’, per riprendere un ben noto titolo di un libro di Fayerabend, perché la ricerca di ciò che non c’ è, ma desideriamo cercare, presuppone la massima libertà, anche quella di sbagliare, anche quella di tornare indietro, e questa ricerca può essere fatta senza presupposti stabili, senza regole a priori, senza un’ origine che predetermini il fondamento della nostra ricerca.

Un po’ come Franti mi pare debba essere Franti, o almeno così a me piace immaginarlo, alla continua ricerca di un’ altra comunità possibile. Una comunità che si forma attraverso la contaminazione, non uno stato di cose, non un’ istituzione. Una comunità sregolata che vive di attrazione, che si costruisce di volta in volta, senza presupposti, senza statuti, in definitiva senza stato.

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