Appunti per una riflessione collettiva su apparati educativi e sistema scolastico [work in progress]

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Appunti per una riflessione collettiva su apparati educativi e sistema scolastico

[work in progress]

«“Il Partito operaio tedesco chiede come base spirituale e morale dello Stato educazione popolare generale ed uguale per tutti per opera dello Stato. Istruzione generale obbligatoria, insegnamento gratuito”.

Educazione popolare uguale per tutti? Che cosa ci si immagina con queste parole? Si crede forse che nella società odierna (e solo di essa si tratta) l’educazione possa essere uguale per tutte le classi?»

Karl Marx, Critica del Programma di Gotha, 1875

Partiamo da un cambiamento importante dell’istruzione scolastica che ci riguarda da vicino: “la buona scuola” (legge 107/2015).

1) La legge 107 è una tappa significativa verso la ridefinizione della scuola pubblica italiana. Non si tratta di un semplice smantellamento della dimensione pubblica in favore del privato, come troppo frettolosamente si sostiene da più parti (parti troppo spesso interessate a difendere “il buon tempo antico”), ma di una sostanziale ristrutturazione in termini neoliberali delle istituzioni educative, nelle quali la dimensione pubblica (statale) continua a svolgere una funzione essenziale.

2) La legge “La buona scuola” adegua la scuola italiana al modello di razionalità funzionale al Capitale nel campo delle istituzioni educative, già funzionante in altri Paesi, e mette in atto indicazioni sulla politica scolastica, che hanno avuto un punto di riferimento importante nel cosiddetto Processo di Bologna del 1999, cioè la costruzione di uno spazio comune e condiviso dell’istruzione di molti paesi europei.

3) “La buona scuola” rappresenta in qualche modo la fine di alcune anomalie – anomalie felici dal punto di vista che è il nostro – che il sistema di istruzione italiano ha avuto, almeno nel lungo periodo che separa gli anni Settanta dall’avvento della cosiddetta “autonomia scolastica”: insegnanti poco propensi a subire trasformazioni dall’alto, alto tasso di conflittualità, pratiche pedagogiche che mantenevano una certa autonomia rispetto allo “spirito mercantile dei tempi”. [Breve inciso sulle polisemie: salta agli occhi l’ambiguità ricercata della definizione, dall’alto, di “autonomia scolastica”, corporativa e decisamente padronale, con i suoi “Dirigenti” come tipici esemplari di “servopadronalità”. Specie di ossimoro e saccheggio culturale e linguistico. Un po’ come è stato per l’uso dello stesso termine, autonomia, per designare movimenti indipendenti e i famigerati sindacati, corporativi e padronali.] In un certo senso “La buona scuola” mette termine ad un’epoca e adegua la scuola a parametri più consoni alle politiche europee: inclusione differenziata nel sistema formativo, attività didattico-educativa piegata alle esigenze del mercato del lavoro, digitalizzazione e automazione del sistema educativo, introduzione generalizzata di sistemi valutativi in grado di fornire misurazioni e valutazioni “oggettive” delle perfomances di studenti e docenti.

4) Tale legge porta a conclusione un processo, iniziato in Italia con la Riforma Berlinguer e con la “scuola dell’autonomia”: creazione della figura del dirigente scolastico e diretta applicazione della logica di mercato, senza più complessi e pudiche velature. L’introduzione dei POF in ogni scuola – forme elementari di marketing che inaugurano una neolingua e mettono in moto comportamenti di tipo aziendalistico – ha l’obiettivo di generare la concorrenza tra istituti e la divisione dei docenti con premi monetari differenziati. Non conta più il lavoro svolto con le classi, perlopiù in collaborazione, non competitivo e comunque libero da vincoli esterni, che viene anzi svalorizzato a fronte d’una premialità offerta all’acquiescenza verso i nuovi “dirigenti” e l’idea stessa di competizione. In questo senso avanza un uso politico del fondo di istituto.

Ciò nonostante, la fase iniziale dell’“autonomia scolastica” ha avuto difficoltà ad attuarsi per la prolungata opposizione di molti lavoratori della scuola.

Non va invece trascurato il fatto che tra i più solerti sostenitori della “scuola dell’autonomia” si trovassero sindacati e partiti di sinistra. Da qui forse l’attuale debolezza nel contrasto a “La buona scuola” da parte di chi in sostanza ne aveva abbracciato ormai la logica di fondo.

5) “La buona scuola” si fa carico di rispondere alle modifiche che hanno trasformato il mercato del lavoro, alle sue nuove esigenze, ai processi di precarizzazione generalizzata e quindi alla necessità di addestrare gli studenti ad un rapporto diverso con il lavoro e le sue intermittenze.

Del resto allo stesso personale scolastico era già stato inviato, da questo punto di vista e molto tempo prima, un messaggio ben sintetizzato dal passaggio dallo status di personale “di ruolo” a quello di personale “a tempo indeterminato”. Ciò mentre si manteneva nel limbo del “tempo determinato” la gran massa di precariato che faceva funzionare gli istituti.

È bene, a questo punto, fermarci un attimo e partire da cosa significa per noi opporsi alla “buona scuola” renziana.

Noi non siamo osservatori passivi di ciò che ci accade intorno, siamo immersi nelle trasformazioni, le subiamo, in parte le abbiamo prodotte. Assumere, come molti fanno, un punto di vista statalista senza pensarsi come “di parte”, equivale a non vedere ciò che realmente sta accadendo.

Attestarsi sulla “difesa della scuola pubblica”, per contrasto alla privata o alla scuola confessionale, considerarla acriticamente un “bene comune” assoluto, significa trascurare l’altra faccia del ruolo che essa svolge, quella di funzione del Capitale. Significa non vedere che i processi in corso non sono tanto di privatizzazione, bensì di ristrutturazione d’una funzione che resta essenziale allo Stato e allo “stato di cose presenti”. Il Capitale, nella sua forma divinizzata, detta oggi le sue nuove necessità. Se non si vuol essere subalterni a questo, non si può essere tout court “difensori della scuola pubblica”, né si può considerarla “bene comune”: il comune, concetto fortemente critico dell’esistente e, dunque, particolarmente avvincente e stimolante, resta ancora oggi cosa tutta da scoprire, sperimentare, reinventare, e ciò non può che trovar sede in lotte che si diano una prospettiva decisamente antigerarchica e antimeritocratica. I numerosi cicli di lotta che hanno combattuto l’istituzione scolastica, lo hanno fatto proprio perché riproduceva le differenze sociali, la cultura dominante e la funzione d’integrazione e controllo sociale. Da lì occorrerebbe ripartire, dal piacere di mettersi in mare aperto per scorgere possibili radicali approdi alla crisi dei tempi che vengono.

brevi note
sull’istituzione scolastica

6) La scuola, per dirla con Foucault, è un dispositivo cioè una tecnologia di governo degli uomini, la cui funzione è gestire e orientare comportamenti, pensieri e desideri al fine di produrre soggettività adeguate ad una determinata organizzazione sociale.

L’istituzione scolastica, in età moderna, si è sviluppata, parallelamente alla costruzione dello Stato e allo sviluppo della società del Capitale, come terreno di disciplinamento dei corpi e delle menti.

I relativi miglioramenti sul piano sociale derivati dall’integrazione, dal disciplinamento, dalla costruzione della figura del “buon cittadino”, non cancellano il fatto che la scolarizzazione di massa sia stata un terreno di lotta contro i poveri e i loro saperi, che il processo abbia voluto essere innanzitutto di “fidelizzazione” alla società del Capitale.

Si può pensare che le nuove generazioni migranti, quelle scampate alle tombe liquide o ai muri, possano trovarsi catturati in processi analoghi? O, al contrario, possano coniugarsi con forme di vita di chi ha sviluppato anticorpi rispetto a quei processi?

7) Frutto della lotta e dei rapporti di potere il sapere trasmesso dalle istituzioni educative, non è mai stato un sapere neutrale, oggettivo. Esso è sempre attraversato da flussi di potere, piegato a interessi di parte e di parte nemica alle genti, alla potentia multitudinis, e sua persistenza, dunque anche a noi: ciò anche al di là della nostra “buona volontà di bravi docenti”, magari pure “di sinistra”, perché sempre e comunque l’istituzione, con le sue regole e le sue imposizioni meritocratiche, agisce, se non dentro, almeno su e tramite noi, trasmettendo il messaggio più essenziale: i rapporti di gerarchia e di “potere su”.

8) Proprio per lo stretto legame tra forme del sapere e forme del potere le istituzioni educative vivono all’interno delle relazioni presenti nel corpo sociale e subiscono, interagendovi, i mutamenti che lo attraversano. Non c’è un piano esterno avulso dal contesto oltre il quale soggetti sociali vivono e confliggono. Le trasformazioni del sistema educativo attuale sono tutte interne e connesse alla ristrutturazione globale del mondo e dei suoi rapporti.

9) L’istituzione scolastica si è sviluppata in età moderna in parallelo con altri apparati di disciplinamento e/o messa al lavoro del sociale (ospedali, carceri, caserme, manicomi) che hanno accompagnato lo sviluppo dello Stato moderno e la riorganizzazione del sociale nei termini di pubblico/privato.

10) Lo Stato moderno ha utilizzato le strutture disciplinari per distruggere i saperi comuni, per imporre modi conoscitivi adeguati alle forme di esproprio e di sfruttamento, per favorire l’appropriazione privata, utilitaristica, delle terre, delle forme di attività e di scambio del lavoro, e da ultimo, sempre più, dei corpi e della vita stessa. Fidelizzare, adeguare, “riformattare”, estirpando saperi comuni, è stato uno dei suoi principali obiettivi (per esempio la lotta contro i dialetti e l’imposizione – non accanto, ma in sostituzione – di una lingua nazionale, oppure oggi, in numerose parti del mondo, il tentativo di annientare le culture indigene e favorire la cultura dominante eccetera).

il caso italiano

11) Le trasformazioni della scuola hanno accompagnato le varie fasi della storia italiana a partire dalla formazione dello Stato unitario. L’istituzione scolastica ha svolto un ruolo strategico come strumento di unificazione, di controllo e di disciplinamento delle moltitudini a partire dall’unità d’Italia.

Fare gli italiani ”, nazionalizzare le masse, è stato un compito che la scuola si è assunta come elemento essenziale della formazione dello Stato.

Nel secondo dopoguerra la scuola pubblica “della Costituzione”, strutturata sul modello gentiliano meritocratico, selettivo, gerarchizzante, ha svolto tre compiti principali: formare il cittadino integrato nei processi di rappresentanza politica, formare il lavoratore e inserire l’individuo nei processi produttivi attraverso un’integrazione differenziata: l’operaio generico (scuole elementari e medie), l’operaio professionale (Istituti professionali), il tecnico (Istituti tecnici), le élites dirigenziali (i licei e le università).

12) I processi di massificazione dell’istruzione, tuttavia, sono stati anche una forma indiretta di rifiuto del lavoro (“meglio la scuola, piuttosto che la fonderia…”, o, in versione genitoriale, “non voglio che mio figlio faccia la mia stessa vita”, e poi “anche l’operaio vuole il figlio dottore” si diceva a quel tempo) e le lotte degli anni Sessanta e Settanta hanno minato alle fondamenta il modello istituzionalmente prefigurato. La scolarizzazione di massa da processo di inclusione nelle strutture produttive è stata arrovesciata, ben presto, in una messa in discussione delle gerarchie e in pratiche indirette di rifiuto del lavoro.

13) Come le lotte operaie hanno messo in crisi il modello taylorista nella produzione e fordista nella regolazione sociale e le lotte proletarie l’organizzazione degli spazi urbani, così le lotte nelle istituzioni scolastiche hanno aperto una crisi del modello gentiliano con la sua struttura gerarchica, le sue divisioni classiste, la figura del docente quale “vestale della classe media”. Dentro la “rivoluzione” degli anni Settanta c’è la prefigurazione della distruzione della scuola e la formazione di saperi, corpi, menti finalmente liberati: la fuoriuscita dalle gabbie disciplinari costruite dalla modernità. L’eterotopia non si è realizzata ma ha lasciato un’eredità pensante fino ad oggi.

14) La contraddittorietà della scuola italiana dalla fine degli anni Settanta in poi, dopo l’assalto al cielo, va letta in questo “corpo a corpo”, potremmo dire tra potere costituito e forme di potenza destituente. Un estenuante tentativo di mediazione tra spinte dal basso che rimettevano ogni volta e ancora rimettono in discussione il ruolo disciplinare e selettivo dell’istituzione scolastica e il tentativo di ricostruzione di un dispositivo funzionale ai processi di ristrutturazione economici e governamentali dentro la costruzione della società postfordista in via di formazione. I decreti delegati del ’74, le sperimentazioni, i tentativi di introdurre metodologie pedagogiche di derivazione anglosassone, i nuovi libri di testo, avventure o, meglio, sventure pedagogiche come la docimologia ecc., vanno tutti letti sotto questa luce.

15) Sul piano dell’insegnamento le lotte degli anni Settanta producono una prolungata tensione all’autodeterminazione dei docenti, che mantengono una loro autonomia sui modi e le forme della didattica, e l’organizzazione gerarchica dell’istituzione tende a presentarsi in forme deboli e concilianti.

La scuola resterà, ancora per molto tempo, un luogo di relativa libertà relazionale e culturale anche negli anni nei quali sul piano sociale le trasformazioni saranno dirompenti.

16) Ma a lungo andare, il passaggio dalla società fordista a quella postfordista non poteva non coinvolgere uno dei nodi fondamentali delle trasformazioni sociali ed economiche: la centralità della conoscenza nelle nuove forme produttive .

la scuola nella prospettiva

della cultura neoliberista

17) Uno dei fenomeni più appariscenti delle strategie del potere e delle sue sperimentazioni è il passaggio dalla scuola della disciplina (caratteristica della scuola in epoca fordista) alla scuola della sorveglianza, del controllo, anche nel momento in cui la scuola perdeva la sua centralità come luogo della formazione professionale. L’approccio disciplinare è tendenzialmente valutativo e si dà ex-post, a cose fatte; l’approccio di controllo è processuale e dinamico e non te lo scrolli mai di dosso.

18) La svolta neoliberista delle società capitalistiche ha le istituzioni educative come obiettivo centrale.

È l’istruzione il campo sul quale un nuovo modello sociale si deve imporre: centralità dell’impresa, misurazione quantitativa, formazione di una nuova soggettività devono avere le istituzioni scolastiche come protagoniste.

19) Un’altra ragione dell’importanza che fa dell’istituzione scolastica un perno dell’organizzazione della società è che, nella fase nella quale si afferma il capitalismo cognitivo e tendenzialmente la produzione immateriale diventa prevalente, l’apparato educativo si trasforma in un settore immediatamente produttivo.

20) La svolta di questa nuova configurazione dell’istituzione scolastica avviene a livello europeo con la conferenza di Bologna del 1999, dove viene definito uno spazio continentale dell’istruzione con l’introduzione del sistema dei crediti come tentativo d’imporre la misurazione quantitativa del sapere e, nello stesso tempo, avviare processi di differenziazione nella formazione. In Italia, per quanto riguarda l’istruzione, l’adozione del modello neoliberale avviene, in modo organico, con la “scuola dell’autonomia”, che introduce un modo nuovo di organizzare i singoli istituti per rispondere alla crisi della scuola di massa e delle sue finalità. Muovendosi nella direzione della formazione di un soggetto flessibile, in sintonia con le esigenze del mercato e disponibile ad inserirsi nelle sue pieghe, questo modello garantiva una limitata ma significativa differenziazione e competizione tra gli istituti, che rivolgevano un’offerta formativa appetibile a studenti e famiglie, considerate sempre di più come clienti all’interno del mercato dell’istruzione.

21) Al modello fordista dell’istruzione e ai suoi obiettivi (formare il lavoratore a vita e il cittadino integrato nello Stato) si sostituisce il modello neoliberista con la formazione del lavoratore precario (flessibile, sia nei tempi sia nelle mansioni, intermittente, enormemente ricattabile). Il lavoro si trasforma da “diritto costituzionale”, per stare alla definizione che lo Stato stesso ne dava, a dovere dell’individuo indebitato. Da qui, per un verso la precarizzazione del personale già in opera, per l’altro l’incertezza più assoluta, fino all’emergere del ruolo del “lavoro volontario”.

22) In questo senso il merito diventa strumento fondamentale, all’interno dell’ideologia neoliberista, per formare il soggetto imprenditore di se stesso, in continua concorrenza con gli altri: la valorizzazione del “capitale umano”.

23) Cambiano anche le forme d’integrazione: sostituire sempre di più all’insegnamento soggettivo, partecipato, una strumentazione anonima, standardizzata; generalizzare le forme della valutazione quantitativa, passare dal sapere al saper fare, dal pensiero all’informazione.

24) Per ottenere questi risultati è fra l’altro necessaria la dissoluzione della figura dell’insegnante, della sua specificità, della sua autonomia culturale e la sua sostituzione da un lato con strumentazione tecnologica, dall’altro con la progressiva dequalificazione della sua professionalità (un po’ come il passaggio dal lavoratore professionale al lavoratore generico nella fabbrica fordista) unita a forme di crescente esternalizzazione-appalto di funzioni..

25) Per questo è importante riflettere sulla formazione delle soggettività, che interagiscono con l’apparato educativo, e sulle loro trasformazioni strutturali. Si deve riflettere ad esempio su questioni quali:

– il ruolo che assumono i dispositivi tecnologici, che impongono nuove forme di sapere e che rompono lo schema relazionale della trasmissione ed elaborazione delle conoscenze

– la crisi della scuola come apparato disciplinare

– l’imposizione di strumenti di controllo e il loro rapporto con la messa a valore del tempo di vita

– la sostanziale acquiescenza, almeno apparente, rispetto a queste pervasive forme di controllo, che tendono alla coattiva riproduzione di se stesse

– liquidità, evanescenza e plasticità delle nuove forme di soggettività e quali potenzialità queste possano nascondere

Gruppo di discussione per la ripresa di un movimento antagonista nelle scuole e nelle università

Milano, marzo 2016

per contatti: franti@inventati.org

Nota sul “processo di Bologna”

Il cosiddetto processo di Bologna è l’accordo raggiunto nel 1999 a Bologna da 29 ministri della Pubblica istruzione dell’Unione Europea per la costruzione di un sistema della formazione superiore europea centrato sull’armonizzazione dei titoli di studio; l’adozione dei due cicli; il consolidamento del sistema dei crediti; la promozione della mobilità degli studenti; la valutazione della qualità.

In Italia è preceduto dalla bozza di riforma Berlinguer.

Già nel giugno del ’97 l’allora ministro Berlinguer, nel presentare alle camere la sua proposta di “Riordino dei cicli dell’Istruzione” puntualizzava: “È proprio sulla formazione che nel prossimo futuro si incentrerà la competizione economica internazionale”. La scuola è qui, senza ambiguità, fabbrica di “risorse umane” adatte a sostenere gli interessi economici del Paese, formate in modo permanente e nell’interezza della persona.

Berlinguer si richiama esplicitamente alle tesi della Commissione Europea per l’Istruzione, espresse in uno degli scritti (libro bianco 1996) da essa emanati in quegli anni e che avrebbero dato vita al succitato processo di Bologna.

Più avanti si legge: “la scuola […] dovrà metabolizzare [così nel testo] una nuova cultura del lavoro valorizzando la conoscenza delle nuove forme organizzative, della flessibilità, del lavoro autonomo e aiutando lo sviluppo del senso di responsabilità, di autonomia, le capacità etiche ed intellettuali di collaborazione, pianificazione e attuazione di progetti”.

Il ministro aveva l’ambizione di ristrutturare il sistema scolastico dalle basi. Il primo ciclo di istruzione prevedeva l’eliminazione della scansione elementari e medie, la formazione di un’unica scuola di base divisa in tre periodi di due anni ciascuno, nel terzo periodo venivano introdotte le materie opzionali, determinanti per il percorso scolastico successivo.

La riforma, la prima di una lunga serie giunta fino ai nostri giorni, fu approvata al senato nel 2000, ma non fu mai attuata perché nel 2001 cambiò il governo e il ministro del nuovo governo, Letizia Moratti, ne propose una propria.

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To Obey or NOT To Obey

To Obey or NOT To Obey è il fresco papello in sei Quadri di FRANTI, dedicato agli studenti Maturandi dell’anno scolastico 2019/2020 ma che vale anche per gli altri

 

 

Scaricalo qui in PDF  stampalo e fallo tuo 🙂

LODE, incursione frantiana nel Trap

Plaga-SWF
Lode

anche se…

…già lo sai…

«… me lo riprenda ancora una volta, signor Direttore, perché non segua una disgrazia in famiglia, lo faccia per pietà d’una povera donna! – E si coperse il viso con le mani singhiozzando. Franti teneva il viso basso, impassibile. Il Direttore lo guardò, stette un po’ pensando, poi disse: – Franti, va al tuo posto. – Allora la donna levò le mani dal viso, tutta racconsolata, e cominciò a dir grazie, grazie, senza lasciar parlare il Direttore, e s’avviò verso l’uscio, asciugandosi gli occhi, e dicendo affollatamente: – Figliuol mio, mi raccomando. Abbiano pazienza tutti. Grazie, signor Direttore, che ha fatto un’opera di carità. Buono, sai, figliuolo. Buon giorno, ragazzi. Grazie, a rivederlo, signor maestro. E scusino tanto, una povera mamma. E data ancora di sull’uscio un’occhiata supplichevole a suo figlio, se n’andò, raccogliendo lo scialle che strascicava, pallida, incurvata, con la testa tremante, e la sentimmo ancor tossire giù per le scale. Il Direttore guardò fisso Franti, in mezzo al silenzio della classe, e gli disse con un accento da far tremare: – Franti, tu uccidi tua madre! – Tutti si voltarono a guardar Franti. E quell’infame sorrise.»

Edmondo De Amicis
libro Cuore, diario del 28 gennaio

Il giovane Franti, prototipo della contestazione, dà il via, nel 1886 e grazie alla penna di De Amicis, allo scontro con la famiglia. Franti è l’insopportabile agli occhi della borghesia ottocentesca. Mentre questa disegna, nel quadro della recente “unità nazionale”, il perfetto ed imperituro equilibrio tra le classi, lui, Franti, rappresenta l’intollerabile punto di rottura, irrispettoso a tutto e per tutto.

Cuore lo congeda frettolosamente meno di due mesi dopo, nelle pagine del 6 marzo

“Franti dicono che non verrà più perché lo metteranno all’ergastolo”.

Ci penserà Umberto Eco a riabilitarlo con l”Elogio di Franti” nel 1963 dopo che generazioni di studenti avevano appreso su di lui l’odio di classe. E noi, per ora, lì lo lasciamo.

Oggi, ascoltando “Lode” di Plaga-SWF prod. Mosees qualche domanda sorge spontanea.

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To Obey or NOT To Obey / Quadro I

I/le docenti dovrebbero essere i liberi migranti delle culture

 I/le docenti dovrebbero essere, per definizione, i migranti del sapere, i liberi migranti delle culture,

portati ad amare porti aperti, muri abbattuti e babeliche parresie dialoganti e antirazziste. È l’esercizio prima di tutto della dignità umana, non secondariamente di quella professionale, a dare senso alla loro attività; è il rivendicare una particolare attenzione ogni volta che si fa strame di valori fondativi della persona, ogni volta che si tenta l’attacco alle intelligenze e al senso critico, a dare lustro alla loro azione.

Tale dev’essere la concezione di sé, come docente, della professoressa Rosa Maria Dell’Aria, sospesa e decurtata di parte del suo stipendio, per avere permesso ai “suoi” studenti a Palermo di accostare leggi razziali e razzismo d’oggi; tale lo spirito, l’aura di libertà entro cui hanno potuto operare i “suoi” stessi studenti.

Non diversa dev’essere la concezione di sé della maestra Lavinia Flavia Cassaro, licenziata per aver urlato contro la polizia ad un presidio contro le razziste Casapound e Forza Nuova nel 2018 a Torino. Nel 2019 ha perso il ricorso: un’insegnante non può macchiarsi di lesa polizia! Paga perciò il conto proprio ‘in qualità di’ insegnante, non di comune cittadino, e viene licenziata. L’esercizio del controllo dall’alto si estende qui ad un comportamento esterno alla scuola, applicando sulla docente una concezione ‘morale’ statalizzata che evidenzia il controllo sul ‘tipo di persona’, sulle sue idee, ed esaltando nella docenza il carattere di ‘pubblica ufficialità’, per giunta in ogni luogo, non certo quello dei fondamenti di scienza e coscienza!

La vicenda dell’istituto Vittorio Emanuele III di Palermo merita attenzione perché è una vicenda la cui “colpa” è, per il ministero e per le sue ossequiose gerarchie, la libera attività didattica di un’insegnante e lo studio senza guinzaglio di gioventù pensante.
Ci chiediamo: che cosa è un insegnamento che non segni e uno studio che non appassioni e interessi?
Invece il tutto è stato fatto oggetto di occhiute delazioni o di zelanti carrierismi e di sospensioni da insegnamento e stipendio, anziché considerare che questo paese, per esempio, ancora non ha fatto i conti col razzismo.

Svoltosi in campo diverso dal precedente, cioè fuori dalla scuola, qui la prima particolarità già posta in evidenza, è il caso della maestra, cui non è permesso, e a che prezzo!, neppure fuori dai ‘sacri’ muri della scuola, di contestare l’operato della polizia, la quale sempre più spesso non solo si fa unica detentrice della violenza, ma, come nell’occasione, qui la seconda particolarità, opera a copertura di fascisti in tempi in cui lo stravolgimento di senso fa sì che il fascismo sarebbe divenuto solo un’opinione!!!

Quanto succede nella scuola è il riflesso speculare della ristrutturazione del modello societario in atto: è la governance, che prevede la santificazione della superstizione securitaria per blindare il conflitto sociale attraverso la leva dell’emergenza, del verticismo patriarcale e della criminalizzazione di ogni critica o dissenso.

Non possiamo non dirci sodali e solidali con Lavinia Flavia e con Rosa Maria e la “sua” classe.
Non possiamo non dirci ostili agli ignobili provvedimenti disciplinari.
Ciò che occorrerebbe è la loro revoca, ristabilendo formalmente il principio di evidenza e libertà.

Ogni docente e ogni studente dovrebbe rivendicare per sé e per ognuno lo spazio delle libertà e dirsi “colpevole” al pari delle interessate nelle due vicende.
Per parte nostra, si sa, Franti è “Il Colpevole” per antonomasia, dunque siamo tutti e tutte tutt’altro che immeritevoli di tali medaglie.

 

Franti, 24 maggio 2019
https://franti.noblogs.org
franti@inventati.org
@ilFranti

 

Giovedì 8 febbraio @Cox18 (Milano)


Giovedì 8 febbraio 2018
ore 20.30 cena benefit

@ Cox18, via Conchetta 18, Milano

ore 21.30 presentazione dell’irriverente
TRATTATELLO DI ANATOMIA ERGONOMICO-FUNZIONALE CONTEMPORANEA

con la partecipazione del dottor Kaius

In nome dei sempiterni Valori illuminanti et irrinunciabili, sì pilastri della Legge 107 sulla BònaScola, ma anche della sacrosanta volontà bipartisan, consolidatasi nelle ultime legislature, di svecchiare le ormai esangui regole della democrazia formale a favore di un risoluto approdo, che per gli italici costumi suona ritorno, alla dittatura –oggi
rinominata governance –, di Meritocrazia, Selezione, Aziendalismo, Sicurezza, Controllo, Gerarchia, Precariato, Servaggio della gleba e Consumo, qui si mostrerà del miglior uso dei corpi dei sudditi a maggior gloria del sistema-Paese. Per disvelare, e con ciò esemplificare al Lettore (anche grazie
all’ausilio di puntuali tavole anatomiche disegnate a mano da Kaius), le semplici ma assai efficaci risposte che i preclari progressi nella medicalizzazione tecno-logica e nell’impianto di dispositivi di biopotere offrono alle attuali esigenze del mercato globale, ci siamo avvalsi di una delle istituzioni totali che più ha fatto agio alle classi dominanti: LA SCUOLA.

Ai nostri pochi ma scaltri lettori offriamo questo breve papello. Si tratta di un moderno trattato di anatomia comparata, ove la comparazione è tra le funzionalità degli organi anatomici e la loro funzione sociale.
Un mondo teso alla modellizzazione d’ogni sua parte in nome d’una traslucida perfezione non poteva mancare di agire anche sui corpi.
Dopo l’esaltazione della loro mercificazione, le teorie del bello, l’edonismo da sfilata, il martellante succedersi delle mode, la vetrinizzazione del Sé, ecco per la prima volta mostrata, con crudo realismo, la sfera del dominio e della costrizione.

Non temano, i lettori, la durezza di taluni dei dispositivi qui presentati.
Col tempo, ci si abitua a tutto.

Dove va Franti ?

Invio il testo dal titolo “Dove va Franti ?”che costituisce un contributo alla discussione all’interno del gruppo Franti. L’auspicio è che questa discussione possa avviare una riflessione sulle forme dello ‘ stare insieme’ e che possa coinvolgere un numero sempre più ampio di compagni a partire da coloro che , in un modo o nell’altro, hanno incrociato il nostro percorso. A questo proposito mi piace segnalare un testo che ho appena iniziato a sfogliare ma che mi pare si ponga sull’onda dei problemi sui quali da tempo ci interroghiamo.

Il testo così si conclude :

E vinceremo, qui e altrove. Vinceremo anche contro noi stessi. Contro ciò che, talvolta, fa di noi non molto di più che dei tristi amministratori dell’esistente. Vinceremo, , disputando a pietrate pezzi di territorio alla polizia , gettando lampi di luce negli occhi appannati della vita. Producendo il nostro cibo e mettendo in ginocchio un governo. Costituendo forze collettive e condividendo un pezzo di mondo con altri esiliati. Moltiplicando le comuni libere, generando le nostre culture e le nostre storie. Gli spazi in cui queste dieci, mille vittorie possono incontrarsi sono rare. Il notav e la zad sono tra questi. E ne ispirano altri. E’ questa la loro portata rivoluzionaria“.

Collettivo “mauvaise troupe”, Contrade. Storie di zad e notav, Tabor

Dove va Franti ?

“Il carattere distruttivo non vede niente di durevole. Ma proprio per questo vede dappertutto delle vie. Ma poiché vede dappertutto delle vie , deve anche dappertutto sgombrare la strada (…) Poichè dappertutto vede vie, egli sta sempre ad un incrocio. Nessun attimo può sapere ciò che il prossimo reca con sé. L’ esistente lui lo manda in rovina non per amore delle rovine, ma per la via che vi passa attraverso”
W. Benjamin

Franti, verso la metà del libro di De Amicis, sparisce dal racconto, non se ne farà più parola , le voci dicono “che non verrà più perché lo metteranno all’ergastolo”. A noi piace pensarlo invece alla ricerca di un’altra comunità possibile. Un po’ come altri personaggi della letteratura. Come quel Rosso Malpelo che, chissà, forse muore nella cava della rena rossa ma forse trova anche lui la strada per un’altra possibilità, un’ altra forma di vita, magari tra gli spettri che popolano i sotterranei della miniera. In questo sta la forza della letteratura, farci immaginare altri percorsi possibili. Per i personaggi che la popolano, Per noi che leggiamo.

Del resto Franti era incompatibile con l’istituzione, con qualsiasi tipo di istituzione e refrattario a qualsiasi disciplina imposta che l’istituzione, che qualsiasi istituzione, non può non presupporre.
Franti era strutturalmente ‘contro il metodo’, per riprendere un ben noto titolo di un libro di Fayerabend, perché la ricerca di ciò che non c’ è, ma desideriamo cercare, presuppone la massima libertà, anche quella di sbagliare, anche quella di tornare indietro, e questa ricerca può essere fatta senza presupposti stabili, senza regole a priori, senza un’ origine che predetermini il fondamento della nostra ricerca.

Un po’ come Franti mi pare debba essere Franti, o almeno così a me piace immaginarlo, alla continua ricerca di un’ altra comunità possibile. Una comunità che si forma attraverso la contaminazione, non uno stato di cose, non un’ istituzione. Una comunità sregolata che vive di attrazione, che si costruisce di volta in volta, senza presupposti, senza statuti, in definitiva senza stato.

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Sabato 13 Gennaio 2018 @Zabriskie Point (Novara)

Beh, se sabato sera non siete a Novara potete sempre andarci.

(d)alle ore 18.00 al Circolo Zabriskie Point, in Corso Milano 44/A

Trattatello di anatomia ergonomico-funzionale contemporanea

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In nome dei sempiterni Valori illuminanti et irrinunciabili, sì pilastri della Legge 107 sulla BònaScola, ma anche della sacrosanta volontà bipartisan, consolidatasi nelle ultime legislature, di svecchiare le ormai esangui regole della democrazia formale a favore di un risoluto approdo, che per gli italici costumi suona ritorno, alla dittatura – oggi rinominata governance –, di Meritocrazia, Selezione, Aziendalismo, Sicurezza, Controllo, Gerarchia, Precariato, Servaggio della gleba e Consumo, qui si mostrerà del miglior uso dei corpi dei sudditi a maggior gloria del sistema-Paese.
Per disvelare, e con ciò esemplificare al Lettore (anche grazie all’ausilio di puntuali tavole anatomiche disegnate a mano da Kaius), le semplici ma assai efficaci risposte che i preclari progressi nella medicalizzazione tecno-logica e nell’impianto di dispositivi di biopotere offrono alle attuali esigenze del mercato globale, ci siamo avvalsi di una delle istituzioni totali che più ha fatto agio alle classi dominanti: LA SCUOLA.

Ai nostri pochi ma scaltri lettori offriamo questo breve papello. Si tratta di un moderno trattato di anatomia comparata, ove la comparazione è tra le funzionalità degli organi anatomici e la loro funzione sociale.

Un mondo teso alla modellizzazione d’ogni sua parte in nome d’una traslucida perfezione non poteva mancare di agire anche sui corpi.
Dopo l’esaltazione della loro mercificazione, le teorie del bello, l’edonismo da sfilata, il martellante succedersi delle mode, la vetrinizzazione del Sé, ecco per la prima volta mostrata, con crudo realismo, la sfera del dominio e della costrizione.

Il trattato è composto da una concisa esposizione delle premesse generali della moderna anatomia funzionale, in cui si dà conto del contesto e dell’obiettivo generale di questa scienza applicata: poche frasi, ma fulminanti.
Seguono quindici tavole minuziosamente disegnate da Kaius, ciascuna delle quali è accompagnata da una puntuale didascalia che descrive gli effetti di queste protesi anatomo-funzionali destinate a Docenti e Studenti – ma evidentemente, come precisato nell’esposizione iniziale, applicabili anche ad altri ambiti – con lo scopo di fluidificare e accrescere la loro partecipazione al contesto lavorativo.

A intervallare, una serie di lemmi completa l’opera, così da permettere a chi è nuovo a questo genere di discipline di avvicinarvisi più agevolmente.

Non temano, i lettori, la durezza di taluni dei dispositivi qui presentati.
Col tempo, ci si abitua a tutto.

[dalla quarta di copertina]

Indice

pag. 2 Venghino, siòri, venghino… (introduzione)
pag. 3 Tavola I Muscolo cardiaco ed encefalo
pag. 4 Lemma 1 Lavoro salariato (o dipendente o subordinato)
pag. 5 Tavola II Sostituzione oculare con camera panottica
pag. 6 Lemma 2 Lavoro autonomo
pag. 7 Tavola III Amputazione delle orecchie
pag. 8 Lemma 3 Lavoro volontario (o gratuito o corvée)
pag. 9 Tavola IV Occlusione definitiva delle narici
pag. 10 Lemma 4 Lavoro di cura (o di servizio)
pag. 11 Tavola V Protesi di potenziamento linguale
pag. 12 Lemma 5 Assemblea
pag. 13 Tavola VI Impianto permanente di divaricatore anale progressivo
pag. 14 Lemma 6 Sciopero
pag. 15 Tavola VII Trapianto pilifero allo stomaco
pag. 16 Lemma 7 Sciopero politico (o di massa)
pag. 17 Tavola VIII Trasfusione di piombo nelle cavità ossee dei piedi
pag. 18 Lemma 8 Sfruttamento (e suoi rimedi)
pag. 19 Tavola IX Blocco meccanico dei bulbi oculari e morso equino per cavità orale
pag. 20 Lemma 9 Scuola (pubblica)
pag. 21 Tavola X Potenziamento delle mani
pag. 22 Lemma 10 Scuola (privata)
pag. 23 Tavola XI Giogo
pag. 24 Lemma 11 Università
pag. 25 Tavola XII Razionalizzazione dell’apparato digerente e asportazione del fegato
pag. 26 Lemma 12 Crisi
pag. 27 Tavola XIII Castrazione-infibulazione
pag. 28 Lemma 13 Servitù volontaria
pag. 28 Lemma 14 Repressione
pag. 29 Tavola XIV Impianto di placche di metallo tutoriali per le ginocchia
pag. 30 Lemma 15 Emergenza (stato d’-)
pag. 31 Tavola XV Impianto di placche di metallo tutoriali per le caviglie
pag. 32 (presentazione)

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Sciopero infinito

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…il temibile e surreale Carrabrone, riempitosi d’una moltitudine di strane singolarità che si
contagiano menti e corpi, in un volo per nulla aggraziato, sfida la sua stessa struttura alare…
(“La struttura alare del calabrone, in relazione al suo peso, non è adatta al volo,
ma lui non lo sa e vola lo stesso”)

 

Verso lo sciopero infinito

Nell’apparente normalità delle nostre metropoli, scandita dal ritmo monòtono di lavoro-consumo-lavoro, si aggirano spettri che, spesso nell’anonimato, odiano il lavoro che hanno e quello che non hanno, disprezzano i loro superiori, praticano il furto nei supermercati, occupano abusivamente le case, sono dei sistematici assenteisti, non tollerano il decoro della città. Gli ultimi di questa schiera vivono ai margini della metropoli, senza diritti, e si riconoscono perché il loro aspetto, il loro comportamento, i loro abiti, il colore della pelle, la lingua rivelano immediatamente la loro condizione. Altri sono ben nascosti sotto l’aspetto rassicurante del ‘buon cittadino’, del ‘buon lavoratore’, dello studente. Spesso non si conoscono, talvolta formano dei piccoli gruppi, altre volte diffidano l’uno dell’altro, ma ciò nonostante esistono, erodono nei loro comportamenti la sicurezza del potere e, quel che è più importante, ci sono momenti in cui riescono persino a prefigurare un altro modo di vivere nella metropoli.

Quando i potenti invocano più sicurezza è perché istintivamente avvertono che esiste una moltitudine di singolarità in grado di incrinare la certezza di un ordine consolidato, di un tempo sempre uguale a se stesso, di un mondo apparentemente immodificabile. Un grande teatro dove tutti recitano le parti a loro assegnate: il padrone comanda sul lavoro altrui, il politico amministra la cosa pubblica, il poliziotto fa rispettare la legge, il sindacato difende i ‘diritti’ dei lavoratori e i lavoratori producono.
Nelle società democratiche lo sciopero ha il suo posto nell’ordine delle cose. A scadenza regolare, entro i limiti consentiti dalla legge, con le dovute forme, sempre con l’appoggio del sindacato (più o meno di base), i lavoratori possono avanzare le loro rivendicazioni.
Penseranno poi i sindacati a mettere d’accordo le parti in conflitto attraverso un’adeguata contrattazione che soddisfi il padrone e il lavoratore. Presto ci si accorgerà che la ‘giusta’ contrattazione non cambia le nostre vite: si può vincere (strappare un posto di lavoro in più, magari a discapito di altri lavoratori che lo perdono; ottenere qualche altra briciola di salario per gettarci ancora di più nel mondo incantato delle merci; conquistare una gabbia sicura per tutta la vita) oppure perdere (il lavoro, il posto, la sicurezza, la possibilità di consumare), ma la sostanza delle cose non cambia.
Il giorno dopo ognuno riprenderà il suo posto: il lavoratore al lavoro, i padroni al comando, i poliziotti a garantire l’ordine e i politici ad amministrarlo. Tutto resterà come prima.

Proviamo invece a immaginare uno sciopero infinito, uno sciopero che non termina, che ha come fine la costruzione di un altro modo di vivere. Proviamo a immaginare un corteo che non si conclude, che è solo momento di raccordo di corpi che non si separano alla fine, che mantengono vivo il calore della vicinanza. Proviamo a immaginare uno sciopero che ci unisca all’astensione forzata di coloro che sono già oltre il margine, che sia prima di tutto contro noi stessi, contro le identità che ci vengono cucite addosso, contro noi in quanto lavoratori, contro noi in quanto cittadini, contro noi in quanto consumatori, contro noi in quanto studenti.
Usiamo pure le scadenze, le lotte, gli scioperi di questo o quel sindacato. Facciamone uso, sapendo però che la vera posta in gioco non è ottenere questo o quel singolo risultato, ma la costruzione di nuove forme di vita, di un modo nuovo di stare assieme che rovesci il mondo che abitiamo.
Non rivendicare niente è il primo passo per ottenere tutto.

Per fare questo dobbiamo costruire le forme organizzate dello sciopero infinito. Le relazioni, le amicizie dal basso che ci permettano di mettere in campo una forza costruttiva che faccia incontrare la metropoli spettrale nella quale ci aggiriamo e le dia forza, voce, calore.
Dobbiamo organizzarci come parte di chi non vuole appartenere, di chi rifiuta di essere lavoratore o cittadino, ma che invece costruisce il proprio essere attraverso la forma comune che lega le nostre diversità.
Uno sciopero infinito è fatto di sabotaggio, di furto, di distruzione del decoro, ma soprattutto dell’amore che lega tra loro singolarità diverse, è gioiosa inventiva capacità di mettere insieme tutto questo.

Lo sciopero infinito è la costruzione di nuove forme di vita fondate sulla messa in comune di ciò che non può essere fatto proprio da nessuno perché è la possibilità stessa dell’usare e dell’agire in comune.

Lo sciopero infinito è la metropoli che si fa parte, è l’uscita dalle identità imposte, è il carnevale delle singolarità, è il comunismo come possibilità data.

Prepariamo l’esodo dentro e contro la metropoli, costruiamo la metropoli della nostra parte attraverso un contagio indefinito di menti e corpi.

 

27/10/2017
franti

Che cos’è Franti? Franti non è qualcosa di diverso dallo sciopero infinito, frammento piccolo, piccolissimo di questo movimento di scissione. Spettro tra gli spettri che attendono l’ora del loro incontrarsi, annusarsi, toccarsi, contaminarsi, riconoscersi, amarsi.

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